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INTRODUZIONE E STORIA

Care Lettrici, Cari Lettori, se avete aperto questo testo siete evidentemente mossi da curiosità verso la razza bovina Romagnola, una delle più importanti razze bovine autoctone da carne del nostro Bel Paese.

Il testo vi accompagnerà in un vero e proprio viaggio all’interno di questa razza, a partire dalle sue origini storiche e fino ai giorni nostri: il percorso è accompagnato da una straordinaria ricchezza di foto e immagini, curate dall’Autore, che lasciano comprendere il cammino selettivo compiuto dalla razza, nata, come tutte, come animale da lavoro e selezionata poi per la produzione di carne.

La motivazione alla base del testo è unicamente la straordinaria passione dell’Autore nei confronti di questa razza e delle razze bovine italiane da carne in generale. Il Dr. Matteo Ridolfi, originario della medesima area geografica del bovino romagnolo, ha condotto la sua intera carriera professionale, presso l’Associazione Nazionale Bovini Italiani da Carne (ANABIC), dedicandosi alla selezione morfologica delle razze bovine italiane da carne, con un occhio di riguardo sempre nei confronti della Romagnola, la sua storica passione. Attento conoscitore della morfologia delle nostre razze, ha contribuito alla formazione professionale di decine di esperti di razza e studenti universitari, trasmettendo loro la sua straordinaria passione e quell’occhio esperto con cui è opportuno osservare il bestiame. Una combinazione frutto di anni di addestramento sul campo a cui si uniscono innate abilità che connotano da sempre l’Autore.

Il testo è frutto principalmente di foto e immagini accumulate nel corso degli anni di professione, a volte dimenticate su un tavolo o nel disco fisso di un PC, con l’idea “prima o poi” di metterle in ordine: questo oggi è stato fatto, accompagnando la parte grafica con uno scritto molto esplicativo e di fluida lettura.

Questo testo è dunque frutto di un percorso professionale del Dr. Ridolfi, che oggi non è certo giunto al termine, ma si trova piuttosto ad un punto di piena maturità: era pertanto opportuno mettere per iscritto le conoscenze sino ad oggi accumulate sulla razza Romagnola, affinché possano essere a disposizione di tutti gli interessati.

Nell’era delle tecnologie avanzate di studio del DNA, contrariamente a quanto si possa pensare, l’attenzione alla correttezza morfologica degli animali allevati resta di primaria importanza. La correttezza morfologica è infatti espressione di bellezza funzionale, che in ambito zootecnico si traduce nell’adattamento funzionale di un organo e/o un apparato ad una funzione produttiva.

Nel leggere il testo riaffiora ancora in me la meraviglia provata più volte nei ring delle mostre nazionali, nel guardare l’Amico Matteo Ridolfi di fronte ad un bovino: immobile, concentrato e assorto in sé stesso, pochi sguardi che non tralasciano nessuna regione dell’animale seguiti da un rapido ed efficace giudizio di sintesi. Un’abilità che non avevo mai visto prima!

Buona lettura!

Perugia, 09 novembre 2025

Emiliano Lasagna

Questo manuale è una raccolta dei riproduttori che hanno caratterizzato l'evoluzione della razza bovina Romagnola a partire dal 1900, attraverso lo sviluppo delle diverse linee maschili dalle loro origini fino ai primi anni 2000.

Ciascuna linea è stata ordinata in un proprio capitolo, integrato da uno schema riepilogativo, da alcune note tecniche oltre che dalle immagini dei principali riproduttori che ne hanno segnato il percorso, sia in Italia che all'estero. Allo scadere del millennio, intendendo dare forma ad un personale tributo alla razza, ho deciso di disegnare personalmente ciascuna tavola. I dati anagrafici e biografici relativi ai diversi tori, al pari dei controlli ponderali, dei passaggi di proprietà e dei principali risultati espositivi conseguiti, sono frutto di ricerche che abbracciano un ampio arco temporale e possono talora risultare incomplete per la mancanza di riscontri nei vari archivi da me consultati.

Matteo Ridolfi

Sono nato in Romagna, a Gambellara di Ravenna, nel comprensorio delle Ville Unite, nel 1957, in una famiglia di coltivatori diretti che allevava un piccolo nucleo di bovini nella stalla sotto casa. Quel bestiame era di razza Romagnola e accompagnava da sempre la vita dell’azienda. Fu quindi naturale per me, attratto dagli animali in generale e in particolare dai bovini, fin dalla più tenera età, familiarizzare con loro e alimentare la fortissima passione che sentivo. Questa mia inclinazione, ben presto chiara ai miei familiari, non passò inosservata ad un vicino di casa, Corrado Giuliani, classe 1919, profondo conoscitore della razza Romagnola e commerciante di bestiame da riproduzione, che cominciò a portarmi con lui fin da piccolissimo nelle visite alle stalle dei suoi clienti. Nei primi anni ’60 non c’era casa colonica che non avesse la stalla piena e di conseguenza ciò mi ha dato la possibilità di osservare, fin dall’età di 4-5 anni, una grande quantità di animali. Questa opportunità non avrebbe però avuto esito senza la guida di un mentore come Corrado, che ebbe la pazienza e la rara capacità di insegnarmi come osservare il bestiame. A lui bastava il “colpo d’occhio”, un attimo e già guardava qualcos’altro, ma in quell’attimo c’era una sintesi estrema, una serie di somme rapidissime che alla fine tornavano sempre, e che non hanno mai smesso di stupirmi. La sua era una chiave di lettura che definirei sintetica e analitica allo stesso tempo. La componente sintetica riguardava principalmente la struttura mentre quella analitica comprendeva la tipicità, lo sviluppo in relazione all’età, la muscolosità, i volumi del tronco, l’ossatura. Ho acquisito questo approccio gradualmente e, inizialmente, quasi in forma di gioco, ma allo stesso tempo, la curiosità, la memoria visiva, la capacità di osservazione e di associare i vari aspetti, continuamente stimolata, si è andata consolidando ed ha avuto un ruolo importante anche per la mia successiva formazione di zootecnico. Accanto alla morfologia, non meno importanti erano le genealogie degli animali, con le quali ho imparato presto a familiarizzare, memorizzando anche i loro tratti distintivi. Un altro aspetto per me affascinante erano i racconti di Corrado relativi ai riproduttori che avevano segnato l’evoluzione della razza, alla loro conformazione, ai caratteri che trasmettevano e agli aneddoti che li riguardavano. Questi racconti, mi hanno permesso di acquisire una solida memoria storica della razza.

Per comprendere quale presupposto abbia originato la sensibilità verso il bestiame da riproduzione che mi è stata inculcata, occorre fare un passo indietro e pensare alla Romagnola come a una delle più importanti razze bovine allevate in Italia e che negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, vantava un organico di circa 530.000 capi allevati in un areale che, oltre alla Romagna, comprendeva parte dell’Emilia, delle Marche e della Toscana. Accanto a questo, il comprensorio delle Ville Unite, uno tra i più fertili della pianura ravennate, ospitava numerose e importanti proprietà terriere, ciascuna con il suo stuolo di colonie, di stazioni di monta taurina, di fattori e di allevatori ambiziosi. A distanza di circa settant’anni dall’inizio del lavoro di selezione, condotto da Leopoldo Tosi, alla Torre di S. Mauro, la Romagnola era divenuta una realtà consolidata che concentrava nella pianura a nord della via Emilia, da Rimini a Bologna, i suoi capi di maggiore pregio e i suoi principali mercati. Da razza a triplice attitudine la Romagnola si era gradualmente evoluta in una razza da lavoro e carne con una marcata tendenza a quest’ultima attitudine. Se S. Mauro Pascoli era stata la culla della Romagnola moderna, la parte orientale della provincia di Ravenna ospitava bestiame di buona qualità già dai primi anni del ‘900. L’arrivo di Medoro, toro nato nel 1920 nella Tenuta Torlonia di S. Mauro Pascoli e funzionante fino al 1933 presso l’azienda dell’Avv. Carlo Focaccia, a Gambellara di Ravenna, ebbe per questo motivo un impatto determinante sulla razza e sull’incremento della sua attitudine alla carne. Nel 1930, con l’istituzione del Libro Genealogico, gestito a quel tempo dalle Cattedre Ambulanti di Agricoltura, iniziò la registrazione anagrafica del bestiame e vennero avviati i controlli funzionali. Medoro, considerato il capostipite della razza e all’epoca riproduttore già largamente affermato, fu il primo soggetto ad essere iscritto al Libro in provincia di Ravenna con il tatuaggio auricolare 1/RA. Per Corrado Giuliani la storia di Medoro era legata a quella di famiglia, essendo stato suo padre Pasquale, anche lui di professione mediatore, a sceglierlo da vitello alla Torre di S. Mauro, assieme a Ferdinando Versari, competente tenutario della stazione di monta dell’Avvocato Focaccia, situata a due passi da casa Giuliani.

Corrado, appassionato e talentuoso fin da ragazzino, era cresciuto all’ombra dei tori. I suoi maestri erano stati diversi nel corso degli anni e il primo in ordine di importanza è stato proprio Ferdinando Versari, detto Fernando, originario di Terra del Sole, sulle prime coline forlivesi e dotato di un talento straordinario, una dote naturale che gli aveva permesso di scovare e acquisire, in sequenza, riproduttori del calibro di Medoro, Cesare, Glorioso, Inverno, Baluardo, Everest, Silvano e altri ancora. Di Fernando si parlava spesso con Corrado e lui diceva di dovergli gran parte delle sue conoscenze sul bestiame, sviluppando un rapporto che, inizialmente, doveva essere stato simile a quello che io ho avuto con lui e che successivamente sfociò in una stretta e pluriennale collaborazione. Oltre a Fernando, i suoi punti di riferimento erano stati anche il commerciante di bestiame Gaetano Penazzi, amico di suo padre, oltre ai periti agrari Archimede Spazzoli e Angiolino Calderoni, fattori di importanti proprietà terriere e noti per la loro competenza anche sul bestiame commerciale. Crescendo, Corrado decise di seguire le orme paterne e non ancora ventenne iniziò la sua attività di commerciante di torelli, che acquistava nei vari allevamenti per poi rivenderli ai tenutari di monta, con una clientela che, in pochi anni, si estese all’intera area di allevamento. Ciò gli permise di conoscere i più importanti “uomini di bestiame” e i più grandi riproduttori del suo tempo, spesso scovandoli da vitelli per poi vederli diventare tori affermati nelle mani dei loro acquirenti, aspetto che lo colloca di diritto nel novero delle figure più significative per l’apporto dato alla razza Romagnola nell’intero arco della sua storia. Nel secondo dopoguerra, per effetto delle pesanti razzie ad opera dell’esercito tedesco, la necessità di ricostituire il patrimonio zootecnico, specie per lo svolgimento dei lavori agricoli, determinò per la razza un mercato estremamente favorevole. A quel tempo le stazioni di monta erano molte e i loro tenutari erano continuamente alla ricerca di vitelli promettenti nelle stalle più interessanti, spesso acquistandoli già allo svezzamento, nel timore che qualche concorrente li battesse sul tempo. Con l’avvio della selezione ufficiale era stato definito lo standard di razza, era iniziata la raccolta dei dati anagrafici, erano stati avviati i controlli ponderali e produttivi ed ebbe inizio la valutazione morfologica del bestiame, svolta da tecnici e giudici prevalentemente in occasione di mostre e raduni. Sulla base di tutti questi elementi venivano identificati i tori capi-nucleo, che costituivano un valore economico importante, oltre a dare prestigio e notorietà ai rispettivi allevamenti. L’iscrizione al Libro attribuì valore al bestiame da riproduzione, con prezzi significativamente superiori a quelli del bestiame commerciale. In un’epoca che precedeva il dilagare della meccanizzazione in agricoltura, fu questa la molla che spinse tanti allevatori romagnoli a orientarsi verso il bestiame “da vita”, impegnandosi, spesso col supporto di fattori, tecnici e mediatori, nella ricerca dei tori più idonei alla copertura delle loro bovine. Molti piccoli allevamenti della pianura romagnola hanno dato i natali a riproduttori importanti e l’ambizione di costruire soggetti di valore era piuttosto diffusa. A renderne testimonianza, ad esempio, è il novero nutrito di tori capi-nucleo nati, tra gli anni 30 e gli anni 50, in un piccolo centro di 1.000 abitanti come Gambellara di Ravenna, e che include Cesare, Medorino, Otello, Argo, Eros, Fano, Gino, Ronco, Perseo, Nerone, Dublino, Corinto, Diluvio, Everest, Trionfo, solo per citarne alcuni tra i più noti.

Gli anni compresi tra il primo e il secondo conflitto mondiale, ed i primi due decenni del secondo dopoguerra circoscrivono l’arco temporale della cosiddetta “stagione d’oro” per la razza Romagnola. La tipologia legata all’attitudine dinamica, resa sempre meno importante dall’avvento dei trattori, veniva soppiantata da un tipo da carne più evidente e orientato, specie a partire dagli anni ’50, verso la specializzazione mono-attitudinale. La Romagnola allevata nella pianura e nella bassa collina comprese tra Rimini e Imola, veniva definita “Gentile”, per distinguerla dalla più rustica varietà “Montanara”, allevata sull’Appennino, di mole più contenuta e influenzata dalla razza Maremmana. Anche la fascia più settentrionale dell’area di allevamento, che includeva la provincia di Ferrara e la parte ad essa confinante di quella di Bologna, vantava una popolazione bovina importante in buona parte influenzata dalla razza “Pugliese del Veneto”, derivata dall’Istriana, con più spiccata attitudine per il lavoro. Per il suo miglioramento erano stati impiegati tori di razza Romagnola fin dai primi anni del ‘900 e, dopo mezzo secolo, i nuclei che per primi avevano seguito questo orientamento disponevano di bestiame di buona qualità. Con un patrimonio superiore al mezzo milione di capi, la Romagnola era caratterizzata da una vivace attività mercantile. Tutte le città avevano un campo o un foro boario attivo settimanalmente e le piazze più importanti erano quelle di Forlì, Cesena, Rimini, Morciano di Romagna, Imola e Lugo di Romagna, mentre altre località, come S. Pietro in Vincoli, nel ravennate, ospitavano annualmente uno o più importanti Mercati Concorso per bestiame da riproduzione. Il mercato di Rimini era noto per la vendita di vitelli svezzati e ad esso confluivano anche soggetti provenienti dalle vicine Marche, talora derivati dalla Chianina e chiamati, alla fine del XIX secolo, “cornetti”, mentre, nel mese di settembre, ospitava il “Mercato delle vacche”, riservato al materiale femminile da riproduzione. Sempre nel riminese, a Morciano, si svolgeva, nel mese di marzo, la Fiera di S. Gregorio. Altri mercati, come Forlì e Faenza, erano più noti per il bestiame grasso da macello e, in particolare, Forlì vedeva una straordinaria affluenza di acquirenti presso il locale foro boario in occasione del “Mercato della Grassa”, che si svolgeva nel periodo pasquale. Altre piazze, come ad esempio Montescudo, nel riminese, erano note per il mercato dei buoi da lavoro. Fiere e mercati si tenevano inoltre in numerose località dell’Appenino, dal Montefeltro fino ai calanchi del bolognese, ed alcune erano caratterizzate dalla vendita dei vitelli da ristallo, che avveniva prevalentemente in autunno. Nel 1952 era stata inoltre costituita, sotto l’egida del Ministero dell’Agricoltura, l’Associazione Nazionale degli Allevatori di Bovini di Razza Romagnola, cui fece seguito l’organizzazione, ad opera delle locali Associazioni Provinciali Allevatori e degli Ispettorati Provinciali Agrari, di importanti Mostre Nazionali itineranti svolte a Bologna, Ferrara, Cesena, Lugo, solo per citarne alcune. La razza venne inoltre regolarmente presentata in numerose occasioni alle principali manifestazioni zootecniche del panorama nazionale, come la Fiera di Milano, quella di Padova, e alla Esposizione Agricola, svolta a Roma nel 1953. Questo periodo coincise con un grande interesse per la razza anche da parte di operatori provenienti dall’Emilia, dalla Lombardia, dal Veneto, dalle Marche e dal Meridione.

Purtroppo, verso la fine degli anni ’50 la razza conobbe un periodo di difficoltà conseguente alla nascita, su vasta scala, di vitelli deformi, noti come “vitelli bull dog”. Questi vitelli venivano partoriti dopo una gestazione mediamente più lunga del normale ed erano per la maggior parte poco vitali o già morti alla nascita. Le anomalie più evidenti in questi soggetti, affetti da nanismo, riguardavano la conformazione della testa, più corta del normale, con canna nasale estremamente breve, occhi protundenti, arti brevi, spesso con anchilosi multiple e sovente con retrazione dei tendini flessori, coda corta e con sinostosi delle vertebre coccigee. Altre anomalie comprendevano l’idrocefalo interno ed esterno, la spina bifida, la palatoschisi, l’ascite. La forma più comune, nota col nome di Condrodisplasia, è comparsa in diverse razze e determina, su base genetica, la mancata differenziazione dei condrociti in osteociti, con conseguente mancata calcificazione encondrale. I soggetti che nascevano vivi avevano scarso sviluppo e ridotti accrescimenti, non erano fertili e, visto il loro scarso rendimento, venivano macellati a pochi mesi dalla nascita. I vitelli deformi, che gli allevatori chiamavano gergalmente “mostri”, rappresentarono un fenomeno diffuso che, alla sua acme, interessava circa il 20% dei parti, che erano problematici e che, tra i loro effetti collaterali, determinavano anche la frequente macellazione d’urgenza o la morte prematura delle vacche dopo il parto, a causa di lesioni all’apparato genitale che spesso ne impedivano il recupero alla funzionalità riproduttiva. Considerata l’importanza della razza in quegli anni, il Ministero dell’Agricoltura corse ai ripari coinvolgendo i luminari di diverse Università italiane i quali, in un’epoca ampiamente antecedente la mappatura del DNA, ipotizzarono che le tare genetiche in questione fossero dovute a geni recessivi dal comportamento mendeliano, impostando su questa base l’azione di risanamento della razza. L’avvento di Medoro aveva largamente influenzato la razza nell’intera area di allevamento e da lui discendeva, negli anni ’50, la maggior parte delle linee maschili. Alcune tra queste si erano fortemente diffuse per la loro particolare attitudine alla carne, come nel caso della linea Glauco – Ergum, che vantava uno stuolo di importanti riproduttori, diversi dei quali avevano generato vitelli deformi. Nel tentativo di eradicare questa piaga, i tori più problematici vennero abbattuti e venne avviato un programma di accoppiamenti riservato ai tori giovani, ciascuno dei quali veniva impiegato su almeno 20 bovine che avessero partorito vitelli deformi, e successivamente messo in attesa. Se alla nascita i suoi figli fossero stati sani il toro avrebbe potuto essere impiegato su scala più ampia, mentre veniva macellato nel caso avesse manifestato tare. Allo stesso tempo venne fatto ricorso a linee maschili ritenute libere da tare, come quelle di Severo, Sultano, Masino, Senio, Otello e Mauro, che fino a quel momento avevano avuto un ruolo secondario nello scenario della razza. Con l’adozione sistematica di questo protocollo il fenomeno venne ricondotto a condizioni di sporadicità nel volgere di circa un decennio.

Gli anni ’50 coincisero anche con l’avvento e la diffusione della fecondazione artificiale, effettuata inizialmente mediante l’impiego di seme fresco refrigerato. Questa tecnica ha segnato una svolta epocale per la profilassi delle malattie infettive, predisponendo inoltre ad una più ampia diffusione del germoplasma dei riproduttori ospitati nei vari centri. Diverse Stazioni di monta si convertirono in centri di fecondazione artificiale, come la FAB di Forlì, il Centro FA di Villanova e quello del Dr. Sante Cortesi a Villa Rovere, Forlì, Il Centro FA del Dr. Castagnoli a Cesena, il SIARB a Rimini, la FABAR a Ravenna, la FABRA del Dr. Pirro Dragoni a Russi, il Centro di Fecondazione Artificiale di Faenza, quello di Persolino e quello dei F.lli Babini, a Granarolo Faentino, il Centro FA di Fusignano, il Centro di Masi Torello, il Centro Tori INFA di Cadriano, a Granarolo Bolognese, fondato dal Prof. Ivo Peli e gestito dall’Istituto di Ostetricia e Ginecologia della Facoltà di Medicina Veterinaria presso l’Università degli Studi di Bologna, quello di Imola, oltre a diversi altri. Tra le stazioni di monta taurina che perseguirono questo orientamento ci fu anche quella condotta da Amedeo Guberti a Campiano di Ravenna che, a partire dal 1955, divenne un Centro di Fecondazione Artificiale gestito dal figlio, il Dr. Giorgio Guberti (1928 – 2023), all’epoca neo-laureato medico veterinario e libero professionista. I tori più importanti tra quelli in forze al Centro fino a quel momento erano stati: Colosso, da Mauro, della linea Eros di Torlonia, Silla, da Arno, della linea Trento e Nerone, della linea Niccolò. Pochi anni dopo si aggiunse Molosso, da Colosso, nato nel 1958, e capostipite della linea Telamone – Ramses. Il Dr. Guberti, appassionato e profondo conoscitore della razza Romagnola ha condotto con scrupolo la sua professione di buiatra e la sua opera di zootecnico, seguendo la carriera dei suoi riproduttori, effettuando con cura gli accoppiamenti, visionandone i prodotti ed eliminando i tori che manifestavano tare o che non rispondevano alle sue aspettative. La sua collaborazione con Corrado Giuliani cominciò a metà degli anni ’60 e si protrasse fino alla chiusura del centro, che avvenne nel 1987. Il primo riproduttore acquistato dal Dr. Guberti con la collaborazione di Corrado fu Dritto FO 4258, della linea Astro.

Questo bellissimo toro, nato nel 1964, aveva funzionato, fino a trenta mesi di età, presso la stazione di monta dei F.lli Gabrielli a Ospedaletto di Coriano, vicino a Rimini. Dritto venne acquistato al raduno di Cesena nel settembre 1966, venendo presentato per la prima volta come “Caponucleo” al Mercato – Concorso di Lugo nel settembre 1969. La progenie di Dritto, estremamente uniforme, contava a Lugo oltre 90 prodotti. Diversi dei suoi figli maschi tra quelli esposti vennero acquistati da tenutari di monte pubbliche e centri di FA, contribuendo alla rapida affermazione di questo grande riproduttore.

La personalità di Giorgio Guberti esercitò su di me un effetto magnetico. Passava spesso a prendermi perché lo accompagnassi nei suoi giri di visite e ciò ha avuto un ruolo importante nel rafforzare la mia determinazione a diventare veterinario. Oltre ad essere un grande clinico ed un appassionato cinofilo, cultore della razza Pointer, che allevava con l’affisso “Del Vento”, il Dr. Guberti era uno zootecnico capace, in grado di gestire l’evoluzione della razza Romagnola con rispetto, grande sensibilità e particolare lungimiranza. La sua tensione era volta al mantenimento del più ampio spettro possibile di linee genetiche, visitando le stazioni di monta dell’intera Romagna e ispezionando i prodotti dei diversi riproduttori. Ogni stazione di monta era al centro di una propria area d’influenza nella quale le linee genetiche si differenziavano dal resto della popolazione, offrendo la possibilità di reperire soggetti interessanti. Giorgio Guberti era perfettamente consapevole dell’imparentamento causato dall’FA e dall’impatto dei grandi riproduttori, che considerava una fortuna e una catastrofe al tempo stesso, specie quando, a partire dagli anni ’70, le stazioni di monta pubblica iniziarono a chiudere i battenti e si ebbe la chiara percezione della irreparabile perdita di un patrimonio importante. Il Dr. Guberti, grazie anche alla sua professione, disponeva di un osservatorio privilegiato sulla razza e conosceva dettagliatamente le linee femminili presenti in ogni allevamento, sia per averle in parte costruite, che per la profonda memoria storica di cui disponeva. Particolare attenzione veniva quindi riservata alle madri dei tori, che voleva tipiche, bilanciate, potenti nei diametri longitudinali e trasversi, muscolose, corrette a livello della groppa e degli arti, con mammelle e capezzoli funzionali. Questo rigore, applicato con metodo e continuità, è stato alla base dell’affermazione di tanti dei suoi riproduttori, il cui novero, particolarmente nutrito, comprende Colosso, Molosso, Silla, Dritto, Maragià, Gargantua, Polifemo, Titano, Emiro, Marte, Brama, Telamone, Tifone, Api, Cheope, Ivan, Marcone, Ramses, Sansone, Gengiskan e tanti altri ancora. Con Giorgio ho conosciuto un approccio diverso all’osservazione il bestiame, meno fulmineo di quello di Corrado ma altrettanto profondo. La sua visione panoramica della razza gli permetteva di intuirne le necessità quando ancora ai più non balzavano all’occhio ed è sicuramente suo il merito se, a dispetto delle limitate consistenze, la Romagnola può ancora contare su di un ventaglio di linee maschili relativamente ampio. Questo imprinting giovanile ha influenzato il mio percorso di studente mentre frequentavo l’Istituto Tecnico Agrario di Cesena e successivamente il corso di laurea in Medicina Veterinaria all’università di Bologna, oltre che la mia attività di esperto di razza e di giudice. Il privilegio di condividere molto del mio tempo con lui e con Corrado Giuliani ha costituito una preziosa palestra di esperienze della quale vado orgoglioso.

Sin dai primi anni ’70 però la Romagnola stava conoscendo un sensibile calo delle consistenze. A partire dagli anni ’60 la meccanizzazione agricola si era diffusa, il boom economico aveva attirato molti giovani dalla campagna verso l’industria, la diffusione della frutticoltura e della coltivazione di ortaggi stava convertendo molte aziende agricole della pianura, a rotazione tradizionale, in entità specializzate a monocoltura. Anche la fine del contratto di mezzadria ha dato il suo contributo allo svuotamento delle stalle ed infine il cambiamento del costume, che ha portato molti giovani a cercare un impiego in settori diversi da quello agricolo, ha predisposto alla mancanza del ricambio generazionale che avrebbe afflitto l’allevamento della razza negli anni successivi. Paradossalmente, proprio negli anni ’70, con la razza in forte calo demografico, l’ambiente zootecnico internazionale manifestò interesse per la Romagnola e gli allevamenti iniziarono a ricevere la visita di operatori provenienti da Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Sud Africa, Argentina, Brasile, Venezuela ed altri Paesi ancora. Nel 1961 era stata costituita l’Anabic (Associazione Nazionale Allevatori Bovini Italiani da Carne), con sede a Roma, che intraprese una vivace attività promozionale partecipando, con le razze bianche, a vari eventi espositivi di carattere internazionale, come la Fieragricola di Verona, il SIA ai Parigi, il Rojal Show, a Stoneleigh, la Fiera dell’Agricoltura di Izmir, in Turchia, e altri ancora. Varie delegazioni straniere iniziarono a frequentare le manifestazioni italiane. Vennero costituite diverse agenzie di import-export, tra cui la CIMEX, con sede a Firenze, la IMEX a Imola, e altre. Anabic costituì inoltre una propria società commerciale, denominata ROMACH, che esportò le razze italiane in vari Paesi. Relativamente alla Romagnola, in particolare, alcuni riproduttori, maschi e femmine, vennero esportati negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile, in Argentina, in Uruguay, in Venezuela, in Kenya, sia per programmi di incrocio che per l’allevamento in purezza.

Relativamente all’Argentina, la Romagnola venne esposta per diverse edizioni alla Fiera di Palermo e Anabic rimase proprietaria, fino ai primi anni ’90, di un nucleo in purezza delle razze Romagnola, Chianina e Marchigiana, allevate in un’azienda di proprietà di Agip-Argentina. Una delle esportazioni di maggiore importanza per la razza Romagnola avvenne nel 1970 e venne condotta da Domenico Manzoni per conto dalla IMEX ITALIA, una società italo-tedesca di import-export che coordinò l’acquisto di circa 300 manze e 20 torelli da parte di un gruppo di operatori scozzesi. Di questo gruppo facevano parte, accanto a noti giudici internazionali, come John Marshall e George Mc Ilwraith, e anche vari noti allevatori quali John Hornall, Lord Richard Wellesley, Donald Findlay, e altri ancora. Considerati il vasto numero di animali da ispezionare, i tempi necessari per il rispetto e l’adempimento dei protocolli sanitari, oltre a quelli tassativi relativi alla prenotazione delle strutture di quarantena, Domenico Manzoni, dopo avere contattato con riscontri insoddisfacenti le strutture ufficiali, si rivolse a Corrado Giuliani, con la consapevolezza che la sua competenza e conoscenza degli allevamenti gli avrebbero permesso di svolgere il lavoro nei tempi previsti. Compatibilmente ai miei impegni di studente, all’epoca tredicenne, ebbi la possibilità di accompagnare questa delegazione nelle sue visite alle aziende ed anche il privilegio di vedere all’opera professionisti con i quali riuscii ad avere qualche scambio grazie al mio limitato inglese scolastico. Del loro modo di osservare il bestiame mi colpirono la competenza e la familiarità che avevano con la Romagnola, come se la conoscessero da sempre, oltre all’immediatezza con la quale inquadravano il livello qualitativo dei vari soggetti e alla cura delle annotazioni che prendevano per poterli rimandare alla memoria in previsione della loro scelta definitiva. Tra le innumerevoli tappe del tour, era prevista una visita al Centro FA del Dr. Guberti e John Marshall, profondamente colpito dalla qualità dei riproduttori, chiese a Giorgio di autografargli il catalogo del centro. Anche Corrado, che accompagnò a lungo la delegazione, impressionò gli acquirenti per la sua straordinaria conoscenza del bestiame. Venti anni più tardi, nel 1989, quando venni invitato dalla American Romagnola Association a giudicare la Mostra Nazionale di Reno, in Nevada, un noto allevatore texano di Romagnola, Robert L. Waltrip Jr., che aveva partecipato al tour iniziale di acquisto, mi chiese se conoscessi un signore dai capelli bianchi e di incredibile talento, che li aveva condotti negli allevamenti. Quando gli feci il nome di Corrado si illuminò, chiedendomi di fargli i complimenti e di portargli i suoi saluti. Gli allevatori scozzesi, accompagnati da Domenico Manzoni, ritornarono in Italia in diverse altre occasioni fino agli anni ’80, procedendo a ripetuti acquisti di manze e torelli che comprendevano, ogni volta, dai 20 ai 30 soggetti. Queste visite mi consentirono di approfondire l’approccio all’ambiente internazionale della razza, con il quale mantenni contatti che si sarebbero rivelati importanti per le mie esperienze di tecnico e di giudice negli anni successivi. Nel frattempo la tecnologia faceva passi da gigante e, a partire dagli anni ’70, lo stoccaggio e l’impiego del seme congelato era divenuto una realtà, mentre faceva capolino anche la tecnica dell’embryo transfer. Ciò permise agli allevatori scozzesi, agevolati anche da un favorevole status sanitario, di esportare la genetica della razza in Irlanda, negli USA, in Nuova Zelanda e in altri Paesi, diventando una sorta di trampolino per la diffusione della Romagnola nel mondo.

Nel 1976, appena conseguito il diploma di perito agrario e prima di iniziare gli studi presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bologna, venni iscritto dal Dr. Gian Marco Casadei, all’epoca direttore dell’Associazione Provinciale Allevatori di Ravenna, al primo corso teorico e pratico per Esperti di Razza organizzato da Anabic, che si svolse a Foligno, in Umbria, nel settembre di quello stesso anno e che completai due anni più tardi, nel 1978, venendo abilitato per la razza Romagnola. Ciò mi diede la possibilità di effettuare le prime valutazioni morfologiche, di rivestire il ruolo di assistente in occasione delle Mostre Nazionali e di attuare, quale giudice, in manifestazioni di carattere locale e provinciale. Ho concluso il mio corso di studi universitari laureandomi nel 1982, discutendo una tesi sperimentale sulla evoluzione morfometrica della razza Romagnola con il Prof. Adalberto Falaschini in qualità di relatore. Dopo una fase di apprendistato svolto a Faenza, presso il Dott. Giacomo Cimatti, medico veterinario libero professionista, e dopo un breve periodo di formazione presso un’azienda mangimistica, venni assunto, nel 1984, da una industria bolognese del settore lattiero caseario, operando presso la Cooperativa Produttori Latte di Ravenna in qualità di addetto al controllo qualitativo del latte e per la profilassi delle mastiti negli allevamenti dei soci conferenti delle province di Ravenna, Forlì e Rimini, fino al 1995. Questa attività mi ha avvicinato al mondo della vacca da latte, in particolare della razza Frisona Italiana, dandomi l’opportunità di visitare allevamenti, di partecipare a convegni e mostre, di approcciarne la tecnologia di allevamento, i criteri di valutazione morfologica e genetica, oltre che di incontrare tecnici del settore e ispettori di razza. Uno tra questi ultimi, Corrado Zilocchi, appassionato con-titolare di un importante allevamento di Frisona in provincia di Mantova e successivamente anche responsabile del Servizio Valutazioni e Mostre di ANAFI, è divenuto, nel tempo, un caro amico. Durante questi accadimenti la mia frequentazione della razza Romagnola era rimasta assidua, al pari di quella di valutatore e di giudice. A dire il vero, nel corso dei primi anni ’80, i miei rapporti con Anabic, che all’epoca aveva ancora sede a Roma, erano piuttosto difficili.

Il presidente era Enzo Saragoni, Vice-presidente anche dell’Associazione Provinciale Allevatori di Forlì, il direttore era il Dr. Alberto Viganò, mentre ad occuparsi degli esperti di razza era Romano Aliffi, in precedenza controllore zootecnico presso l’APA di Ascoli Piceno. Non tardai molto ad accorgermi che le difficoltà che incontravo non erano dovute a inadempienze da parte mia quanto piuttosto al fatto che, essendo allievo del Dr. Guberti, mi ritrovavo in automatico nella fazione opposta a quella imperante in quegli anni. A dominare lo scenario della Romagnola dell’epoca era infatti l’Associazione Provinciale Allevatori di Forlì, una entità attiva ed efficiente che non solo poteva contare il più elevato numero di capi iscritti al Libro, rispetto alle altre province dell’area di allevamento, ma che gestiva, dal 1968, anche un proprio Centro Tori per la FA con sede a Diegaro di Cesena. La presidenza Saragoni rappresentò indubbiamente per Anabic un periodo di crescita. Il Ministero dell’Agricoltura, nell’era del Ministro Marcora, accordava finanziamenti cospicui, che permisero di promuovere le razze bianche nei maggiori eventi espositivi europei e non solo, dando loro una visibilità internazionale dalle importanti ricadute mercantili. Nel 1982 venne costituito anche il Consorzio Carni Bovine Italiane “5R” per la tutela e la promozione delle carni prodotte dalle razze bianche. Infine, nel 1985, venne costruito il Centro Genetico Anabic, che sorse a S. Martino in Colle, in provincia di Perugia, su un terreno donato ad Anabic dalla Regione Umbria. L’APA di Forlì, con il Dr. Franco Mercuri quale direttore e con Enzo Saragoni presidente sia dell’APA che di Anabic, mal tollerava la concorrenza di un Centro privato come quello del Dr. Guberti che, senza disporre di finanziamenti pubblici, e quindi con le sue sole forze, era in grado di proporre stabilmente riproduttori importanti, che riscuotevano un ampio consenso non solo in provincia di Ravenna, ma anche in molti allevamenti forlivesi, inclusi quelli di maggiore rilievo. Quale spina nel fianco del sistema imperante, il Dr. Guberti era mal tollerato e, insieme a lui. i suoi accoliti, dei quali anch’io, ancora giovanissimo, ingenuo e largamente inconsapevole, facevo parte. Anabic assecondava pienamente, a tutti i livelli, la linea del suo presidente e, di conseguenza, la mia carriera di esperto cominciava in salita. Tale orientamento si traduceva in un ostracismo non troppo velato che riscontravo sia da parte di Romano Aliffi, coordinatore degli esperti Anabic fino al 1988, che da parte di Anteo Paterniani, perito agrario di Pesaro ed esperto di riferimento per la razza Romagnola negli stessi anni, al quale stentai ad abituarmi. Se la freddezza di Romano Aliffi, rifletteva la linea imperante, l’insofferenza di Anteo Paterniani nei miei confronti emergeva particolarmente in occasione delle mostre, dove il suo approccio minuzioso e particolarmente lento strideva col mio, più istintivo e immediato. Tale atteggiamento, che ritenevo di non meritare, determinò un mio progressivo allontanamento da Anabic e dal corpo degli esperti, che arrivò ad un passo dal diventare definitivo.

A farmi recedere dalle mie convinzioni fu Lucio Migni, giovane e appassionato allevatore di Chianina, approdato in Anabic nel 1986, dopo un breve periodo lavorativo svolto presso l’Università degli Studi di Perugia. Lucio, classe 1963, perito agrario, originario di Ospedalicchio di Bastia Umbra, era stato assunto in qualità di operaio presso le strutture del centro genetico. Lo conobbi in fiera a Forlì nel settembre dell’87, dove io stavo esponendo i miei colombi e dove lui era intervenuto in rappresentanza di Anabic. Lucio aveva visto parte della mia tesi di laurea, relativa allo standard della razza Romagnola e ai disegni illustrativi dello schema di valutazione, che erano stati pubblicati su “4 Razze”, in quegli anni rivista dell’Anabic. Io avevo invece solo sentito parlare di lui come “nuovo acquisto” di Anabic. Avemmo a Forlì solo un breve scambio di battute che mi diedero l’impressione di una persona empatica, intelligente, diretta e simpatica, dissonante rispetto all’ambiente che caratterizzava l’Anabic del tempo. Più tardi Lucio mi disse che aveva colto nel mio atteggiamento un certo nervosismo, indicativo del disagio che ormai provavo nei confronti della struttura. In quel periodo, pur continuando a visitare gli allevamenti, mi ero allontanato da Anabic, dedicandomi al lavoro e alla mia passione per la colombofilia, relativa alla razza Autosexing Texan Pioneer, che condividevo con alcuni amici e che ho coltivato per decenni. Il mio trasporto per la zootecnia e la colombofilia contagiò anche i miei compagni di appartamento durante il periodo universitario, convertendoli all’allevamento dei colombi, mentre due tra loro, Riccardo Franzoni e Alfredo Marchetti, sono stati, per un certo periodo, anche allevatori di Romagnola. Lucio Migni comprendendo i motivi della mia disaffezione, iniziò a coinvolgermi in diverse attività dell’Associazione, convincendomi ad ampliare la mia qualifica di esperto a tutte le cinque razze e determinando il mio progressivo riavvicinamento ad Anabic. Agli anni compresi tra il 1990 e il 1994 risalgono i miei primi turni di valutazione effettuati in varie province sulle razze Chianina e Marchigiana, i tour di studio sulle razze Maremmana e Podolica, la ridefinizione degli standard delle razze italiane, gli studi e le misurazioni propedeutici all’adozione del metodo di valutazione morfologica lineare correntemente impiegato, le prime scelte dei candidati in ingresso al centro genetico e l’esordio sul ring delle mostre maggiori. Devo a Lucio, in particolare, l’approfondimento delle mie conoscenze sulla razza Chianina, le mie prime esperienze di giudice internazionale per le razze Marchigiana e Chianina e, non da ultimo, il mio approdo in Anabic, avvenuto nel 1995.

Un altro mio compagno di studi, Fredrik “Fred” W.D. Garnum, medico veterinario, classe 1958, nato a Roma da genitori svedesi, cresciuto in vari Paesi del globo al seguito della sua famiglia, ricevendo una educazione internazionale e parlando fluentemente più lingue, ha contribuito in modo significativo all’ampliamento dei miei orizzonti, sia dal punto di vista umano che professionale. Visitando a più riprese la Romagna, Fred, ancora studente, ha conosciuto ben presto il Dr. Guberti e il suo Centro Tori, oltre a Corrado Giuliani, alla sua famiglia, diventando un frequentatore assiduo degli allevamenti di Romagnola. Si può dire che la Romagna e la famiglia Giuliani lo abbiano adottato e, come è successo anche ad Alfredo Marchetti, suo amico dall’infanzia, oltre che comune compagno di studi, ha finito in seguito per stabilirvisi, mettendo su famiglia ed esercitandovi la sua professione di medico veterinario. Grazie a Fred i mei rapporti con gli allevatori internazionali si sono intensificati. Fu infatti lui a conoscere per primo, nell’estate 1987, l’allevatore di Romagnola nord-irlandese Samuel “Uel” T. Kennedy, giovane appassionato della razza giunto con la sua famiglia alla Facoltà di Veterinaria di Bologna in cerca di contatti, e a dirottarlo in Romagna, dove lo accompagnai in un tour di visite agli allevamenti. Solo un anno dopo, nel 1988, venni invitato da Uel, non senza emozione, a giudicare la Romagnola al Ballymena Show, in Ulster. Fu l’occasione per visitare gli allevamenti della Romagnola in Irlanda e in Scozia. La straordinaria qualità del bestiame che ebbi modo di visionare nei tanti nuclei che costellarono il tour, mi diede la conferma che la razza aveva lasciato il segno. Gli allevamenti scozzesi “Dunure” di George Mc Ilwraith, “Pirnhall” di Donald Findlay, il nucleo di Lord Richard Wellesley oltre all’allevamento nord–irlandese “Tandragee Castle Estate”, che aveva acquistato il validissimo nucleo scozzese “Stirling” di John Hornall, mi lasciarono a bocca aperta. I capostipiti che avevano lasciato l’Italia negli anni ’70 (Caesar, Dritto, Binario, Marcus, Telstar) ormai non erano più in vita ma i loro discendenti stavano costruendo bestiame molto valido. A questo primo tour nel Regno Unito e in Irlanda ne seguirono altri e in rapida successione, tra il 1989 e il 1991, venni invitato a giudicare la Romagnola al Rojal Dublin Show, al Balmoral Show di Belfast, e al Rojal Highland Show di Edimburgo, trovando sempre, sia in mostra che negli allevamenti ispezionati, bestiame di grande valore. Si è trattato di esperienze importanti che non avrebbero avuto le medesime conseguenze senza il supporto di un globetrotter come Fred Garnum. Dalle conversazioni intrattenute con gli allevatori internazionali nel corso di questi avvenimenti apparve chiaro che dalla Scozia la Romagnola aveva spiccato il volo verso numerosi Paesi, trovandovi appassionati sostenitori. I nostri contatti in Irlanda furono alla base della esportazione di una trentina di capi di razza Romagnola e di altri di razza Piemontese per conto dei nuclei nord irlandesi Tandragee Castle Estate e Hazelwood di Uel Kennedy. Nell’occasione la scelta dei soggetti venne curata da Corrado Giuliani e da me mentre l’organizzazione dell’intera spedizione, incluso l’imbarco per via aerea verso l’Irlanda dall’aeroporto torinese di Caselle, fu opera di Fred Garnum. Tra i capi di Romagnola figuravano alcuni torelli come Unno, Umberto, Ubero, Uranio e altri, che avrebbero avuto un ruolo significativo negli anni successivi sia in Irlanda che in altri Paesi. Nel frattempo venni contattato dall’American Romagnola Association, con sede ad Alturas, in California, per intervenire all’edizione 1990 della Mostra Nazionale della Romagnola USA a Reno, in Nevada, allo scopo di illustrare le caratteristiche della razza e svolgervi una parte del giudizio. Io e Fred volammo negli USA, dove potemmo farci una prima favorevole impressione della Romagnola statunitense, confermata nei giorni successivi da un tour di visite agli allevamenti californiani, nel quale venimmo accompagnati dal presidente di ARA, Joe T. Covington. Nella medesima occasione ci fu possibile osservare il toro Swordale Marco, un interessante figlio di Prisco importato poco tempo prima dalla Scozia. Tornai entusiasta e solo 2 anni dopo, nel febbraio 1992, venni invitato a giudicare la Romagnola, che presentava oltre 100 capi di elevata qualità, alla Mostra Nazionale di Houston, in Texas, nell’imponente scenario dell’Astrodome, uno dei templi della beef industry globale. Alla mostra seguì un interessante tour di visite agli allevamenti che ci permise di stabilire contatti approfonditi e sviluppati negli anni successivi.

IL “DOPO GUBERTI” E IL NUOVO CORSO DI ANABIC

Nel medesimo periodo, in Italia, molte cose stavano cambiando. Nel 1987 il centro FA del Dr. Giorgio Guberti aveva chiuso i battenti e la Romagnola aveva perso per sempre uno dei suoi principali punti di riferimento. Nel tentativo di arginare questa enorme perdita, io, assieme a Fred Garnum, Alfredo Marchetti e Gianluca Giuliani, figlio di Corrado, procedemmo all’acquisto di Macario, un figlio di Treno, della linea Titano, pluripremiato in mostra, che comprammo presso l’allevamento riminese di Adolfo Pasini e che portammo al Centro Universitario INFA di Cadriano, Bologna, per la produzione di seme. Al medesimo centro entrarono poco tempo dopo anche i tori Tarcisio, figlio di Ivan dell’Az. Babini di Ravenna, e Azzurro, un figlio di Bolero nato nel nucleo forlivese dei F.lli Fiorentini. Nei medesimi anni, continuando a valutare la razza Romagnola come esperto nelle diverse province, suggerii al Dr. Mercuri, direttore dell’APA di Forlì, di prelevare presso il Centro FA di Diegaro, ormai entrato nel gruppo Semenitaly, i tori Otto, della linea Lamone, nato nell’allevamento di Renzo Scozzoli e, successivamente, anche Boy, un figlio di Vano allevato a Ravenna da Gian Michele Graziani.

Nel 1989 e nel 1990 il centro di Diegaro acquistò anche Lubio e Metro, entrambi allevati dai F.lli Fiorentini. Tutti questi riproduttori tamponarono l’emergenza in un periodo estremamente delicato per la razza. In quegli stessi anni Anabic si era profondamente rinnovata. Alla presidenza era subentrato, ad Enzo Saragoni, il Dr. Nicola Marcantonio, allevatore chietino della razza Marchigiana, mentre a dirigere la struttura, dopo la breve direzione del Dr. Gianni Salis, era arrivato, nel 1988, il Dr. Guido Perosino, giovane dottore agronomo piemontese proveniente dal settore privato. Il cambiamento della leadership coincise con una vera rivoluzione per Anabic, che venne trasferita dalla precedente sede romana di via Bosio, all’attuale sede di S. Martino in Colle, a Perugia. L’organico venne potenziato con l’assunzione di nuovo personale e l’attività dell’Associazione subì un netto impulso, a tutti i livelli. Il centro genetico, che fino a quel momento aveva avuto un ruolo marginale, fu oggetto di una profonda revisione della prova di performance e della propria attività, attrezzandosi per divenire il perno dell’attività selettiva per le razze italiane. Per ribadirne il ruolo di centralità, la Commissione Tecnica Centrale del Libro Genealogico stabilì che, a partire dal giugno 1990, potessero essere impiegati, in fecondazione artificiale, solo riproduttori testati e abilitati in prova di performance. Si trattava di una svolta epocale. In quel periodo, nei centri FA, per la razza Romagnola, risultava stoccato il seme di oltre 80 riproduttori, in rappresentanza di un ampio ventaglio di linee, il blocco dei quali avrebbe di fatto costretto i centri a distruggere il materiale seminale stoccato. Ciò avrebbe potuto causare un danno irreparabile alla razza e, quale membro della Commissione Tecnica Centrale, proposi che venisse istituita una banca del seme per il recupero del loro germoplasma, perché ciò avrebbe potuto rivelarsi utile per la profilassi di eventuali tare genetiche e mi ripromisi di ripristinarne l’impiego non appena ne avessi avuto la possibilità. In conseguenza di questa delibera della CTC il novero dei riproduttori disponibili in FA si ridusse drasticamente ad un manipolo di tori, diversi dei quali si sarebbero successivamente rivelati portatori di geni indesiderati.

Convinti di potere dare il nostro contributo alla razza, sostenendone lo sviluppo sia in Italia che all’estero, assieme a Fred e Gianluca decidemmo di costituire un nostro allevamento, al quale apponemmo l’affisso “Ville Unite”. Nel settembre 1990, acquistammo presso il nucleo dei F.lli Babini, a Russi, una vacca pluripara di nome Noemi, figlia di Sole e gravida di Tarcisio, una delle fondatrici del nostro allevamento. A questa prima vacca ne seguirono altre acquistate presso gli allevamenti ravennati di Gualtiero Succi, dei F.lli Batani, di Carlo Ravaioli, di Giuliano Spazzoli, di Primo Neri e di Loris Pozzi, oltre che dei sopracitati F.lli Babini. Ulteriori soggetti vennero acquistati nei nuclei forlivesi dei F.lli Fiorentini e dell’Azienda Polgrossi Emilio, oltre che nell’allevamento riminese di Adolfo Pasini. Queste fattrici provenivano da famiglie profonde e consistenti e vantavano, accanto alla particolare correttezza morfologica, pedigree rappresentativi di un ampio ventaglio di linee. Con l’idea di sottoporre le nostre bovine al prelievo di embrioni, Fred si recò negli USA per imparare la tecnica dell’embryo transfer e successivamente, dopo avere allestito in azienda un laboratorio attrezzato, iniziammo a superovulare le nostre vacche. Per garantirci la disponibilità della più ampia gamma possibile di linee genetiche procedemmo all’acquisto del seme dei riproduttori più interessanti oltre che al mantenimento del seme dei tori stoccati dal Dr. Guberti presso il centro INFA di Bologna, che, diversamente, dopo il 1990, sarebbe stato distrutto. Il fatto che tre ragazzi poco più che ventenni si dedicassero attivamente alla Romagnola, svolgendo attività innovative, muovendosi autonomamente anche in ambito internazionale, prese in contropiede l’ambiente della razza, generando stupore e anche invidia. Il nostro “battesimo del ring” avvenne alla Mostra Nazionale di Forlì nel settembre 1990, dove Gianluca Giuliani, che nel frattempo aveva fatto pratica come handler sui ring in Irlanda e in Scozia, condusse Santina, una primipara figlia di Marte, alla vittoria nella propria categoria. Successivamente le nostre partecipazioni alle mostre sono state numerose e spesso coronate da successo. Si può anche affermare che abbiamo avuto un ruolo nel miglioramento delle mostre organizzate da Anabic per quanto attiene alla preparazione, alla toelettatura e alla conduzione del bestiame sul ring. Nel 1991 Anabic celebrava il trentennale della propria attività e lo fece con un grande evento che vide circa 800 capi delle 5 razze italiane da carne convergere a Bastia Umbra in una edizione settembrina di Agriumbria intitolata “Giganti Bianchi”. Questa esposizione, voluta dal direttore Anabic, Dr. Guido Perosino, e gestita impeccabilmente sul campo dal suo staff, coordinato da Lucio Migni, fu coronata da grande successo. Nell’occasione io attuai come giudice sul ring della Romagnola alternandomi con lo stesso Lucio Migni, che poco tempo prima era stato designato Coordinatore degli Esperti. L’evento, promosso adeguatamente anche in ambito internazionale, attirò in mostra diversi operatori stranieri e fu a bordo ring che, assieme a Fred e Gianluca, conoscemmo John Onley, dottore agronomo e allevatore australiano delle razze Braford e Romagnola, proveniente da Nebo, nel Queensland centrale, giunto in Italia insieme ad alcuni colleghi per visitare gli allevamenti della Romagnola. Con John la sintonia scattò immediatamente e ciò rese estremamente piacevole il tempo trascorso insieme sia in mostra che durante il tour di visite agli allevamenti, effettuato nei giorni successivi.

John era un’autorità nel panorama agronomico e zootecnico del suo Paese, nel quale aveva propiziato il recupero di alcune cultivar di sorgo da foraggio, oltre a realizzare sistemi innovativi per il contenimento e il maneggio del bestiame e a figurare tra i fondatori dell’Associazione Australiana degli Allevatori della razza tauro-indica Braford. Di John mi colpirono l’eleganza dei modi, la simpatia, la profonda cultura e la conoscenza del bestiame ma soprattutto la sua non comune determinazione ad approfondire la conoscenza della razza Romagnola. La razza, giunta in Australia dalla Nuova Zelanda nei primi anni’80, risultava fortemente influenzata dalle linee dei capostipiti introdotti in Scozia negli anni ’70 e dai tori giunti dal Canada risalenti al medesimo periodo. Gli allevatori australiani avevano la necessità di introdurre nuove linee di sangue e lo studio di John aveva lo scopo di valutare quali fossero quelle più affidabili da introdurre. Nel corso delle sue ulteriori visite in Italia passai molto tempo a descrivergli non solo i caratteri morfologici della razza ma anche i punti forti e quelli critici delle varie linee maschili, i loro tratti distintivi, le combinazioni più consistenti, i suggerimenti per gli accoppiamenti, le famiglie femminili più importanti e le loro caratteristiche salienti. Di tutto questo John prendeva minuziosamente nota facendo domande e approfondendo gli aspetti che maggiormente lo interessavano. Va ricordato che nei primi anni ’90 le indagini sul genoma erano agli albori e non era ancora possibile individuare i soggetti portatori di tare come avviene attualmente. Le uniche armi disponibili per limitare il diffondersi di geni indesiderati erano una buona conoscenza della razza e una solida memoria storica. L’umiltà dell’approccio alla razza, da parte di un grande allevatore come lui, oltre alle tante interessanti considerazioni che emersero nel corso dei nostri confronti, costituirono per me un importante arricchimento. Tornato a casa con le idee più chiare sul potenziale della razza, John costituì una società assieme ad alcuni amici procedendo negli anni tra il 1992 e il 1995, all’acquisto di riproduttori maschi e femmine destinati alla produzione di seme ed embrioni per l’Australia. Il bestiame scelto da John prese la via della Danimarca con destinazione Billund, presso il centro di prelievo di seme ed embrioni del Medico Veterinario Dr. Jorn Erri. I tori prelevati furono: Adige, Ande, Bulgaro, Cesare, Calore, Caronte, Dingo, Dublino, Ergum e Elisir mentre tra le femmine figuravano inoltre Avana, Aola, Amona, Bianca, Circe, Diva, Damiana, Diana, Europa. Il loro patrimonio genetico ha dato un valido contributo allo sviluppo della razza in Australia e in altri Paesi e la loro progenie si è affermata sui ring più prestigiosi in numerose occasioni, con positive ricadute promozionali e mercantili. Nel 1994 venni invitato dalla Romagnola Breeders Society of Australia a giudicare la razza in occasione del Beef ’94 a Rockhampton, nel Queensland.

All’importante evento, al quale mi recai insieme a Fred e a Corrado, erano esposti un centinaio di capi di alto livello, che resero estremamente competitive sia le categorie che le finali per la proclamazione dei campioni assoluti. Alla mostra fece seguito un incontro tecnico nel quale ebbi modo di approfondire i criteri del giudizio in un proficuo scambio con gli allevatori. L’evento che però rimarrà impresso per sempre nella mia memoria fu la standing ovation che gli allevatori australiani tributarono a Corrado, durante la cena conclusiva della mostra, per il suo contributo alla scelta dei riproduttori che avevano lasciato l’Italia negli anni ’70, gettando le basi per l’affermazione della razza nel loro Paese. Corrado visse in quell’occasione una intensa emozione per la riconoscenza e l’apprezzamento riservatigli da allevatori così lontani da casa e allo stesso tempo così consapevoli delle sue capacità. A margine della mostra venne organizzato per noi un tour negli allevamenti, che ci permise di apprezzare il buono stato di salute della razza in Australia, oltre che di vedere i primi interessanti prodotti nati dagli embrioni prodotti dalle nostre bovine. Tra questi figurava un giovanissimo “Italia Padrone”, toro che avrebbe raccolto importanti affermazioni negli anni successivi. Ritornammo in Italia con il morale alle stelle.

Nel 1993 Anabic aveva costituito Italiana Genetica e Servizi per la promozione e commercializzazione della genetica delle razze italiane nel mondo e, conseguentemente, l’autonomia e l’intraprendenza dell’allevamento Ville Unite generavano diffidenza e finivano per collocarci, ancora una volta, dalla parte sbagliata della barricata. Negli stessi anni era sorto inoltre l’allevamento ravennate “La Viola” di Gian Michele Graziani, diventato il nucleo più numeroso della razza oltre che un accanito competitore, determinato ad affermarsi sia sul mercato domestico che su quello internazionale. Nel settembre 1994 Anabic organizzò con grande successo, presso la propria sede, il 1° Congresso Mondiale delle Razze Italiane, che vide affluire operatori da tutto il mondo e relativamente al quale mi occupai, insieme a Lucio Migni, della scelta e della toelettatura dei capi che sfilarono in una serata evento per i congressisti, che poi accompagnai nel tour post-congressuale di visite agli allevamenti della Romagnola. In quella stessa occasione Anabic gettò le basi per la prima esportazione della razza in Sud Africa verso l’allevamento “Rosengarten”, dell’imprenditore Armando Balocco. Il 1994 vide anche la pubblicazione, da parte di Anabic, degli opuscoli relativi agli Standard delle 5 razze bovine italiane da carne, relativamente ai quali avevo disegnato le tavole descrittive delle diverse razze collaborando, assieme a Lucio Migni, alle misurazioni sul bestiame, alla definizione delle classi lineari e alla stesura dei testi.

Questo era il quadro quando, nel maggio 1995, venni assunto in Anabic con l’incarico di responsabile del Servizio Valutazioni Morfologiche. Pochi mesi dopo il direttore, Dr. Guido Perosino, e il presidente Dr. Nicola Marcantonio, lasciarono i rispettivi incarichi e vennero avvicendati dall’Avvocato Giovan Francesco Pugliese, in qualità di presidente, e dal Dr. Paolo Canestrari quale direttore. In quegli anni l’allevamento Ville Unite era piuttosto attivo nell’esportazione di seme, embrioni e riproduttori verso vari Paesi e, dato che Anabic disponeva di una propria società commerciale con le medesime ambizioni, era implicito un atteggiamento diffidente da parte della direzione nei miei confronti, al quale contribuivano anche alcuni allevatori della Romagnola. Devo dire che questa avversione, alla quale non mi sono mai abituato e che talvolta mi ha portato ad un passo dal lasciare Anabic, ha caratterizzato lunghi periodi del mio percorso lavorativo. Ho attenuato la pesantezza che avvertivo tuffandomi nel lavoro alla ricerca degli stimoli e delle soddisfazioni di cui avevo bisogno. Ma se questo atteggiamento ha permesso a me di superare i momenti difficili, verso Gianluca Giuliani, appassionato e talentuoso titolare dell’allevamento “Ville Unite”, il muro di ostilità ha assunto i connotati di un ostracismo sistematico, che ha finito per annullare ogni sua ambizione di assumere un ruolo attivo nella gestione della razza. La Romagnola è stata così privata di un’opportunità importante, sia in termini dell’apporto di idee che della capacità di metterle in pratica. Nel maggio 1997 l’Associazione Australiana degli Allevatori di Romagnola e Anabic organizzarono a Rockhampton, nel Queensland, il Congresso Mondiale delle razze Italiane da carne. L’evento vide John Onley impegnato in prima fila nella sua realizzazione e raccolse l’apprezzamento di tutti gli operatori convenuti per l’organizzazione impeccabile e per la logistica particolarmente curata. Il Congresso venne realizzato contestualmente al Beef’97, nell’ambito del quale sia la Romagnola che la Chianina svolsero le rispettive mostre. In particolare, la Romagnola calcò il ring con una compagine nutrita e qualitativamente molto valida, nell’ambito della quale la genetica Ville Unite fece la differenza a partire dal campione assoluto della mostra, il toro Aldaree Power Plus, figlio di Ande. Il rientro in Italia venne funestato dalla improvvisa scomparsa di Corrado, che ha lasciato nella sua famiglia, in me e in quanti gli erano più vicini un grande vuoto.

Nel 2000 la razza, dopo anni di decremento del numero dei capi, vedeva le proprie consistenze attestate piuttosto stabilmente sui 14.000 capi. La contribuzione pubblica a sostegno delle razze in contrazione numerica aveva sicuramente contribuito a questo risultato e la situazione mercantile, pur senza quotazioni eclatanti, sembrava piuttosto tranquilla.

Era la classica quiete prima della tempesta che ha preceduto la devastante irruzione sulla scena della Encefalopatia Spongiforme Bovina (BSE), nota anche come “Sindrome della vacca pazza”. Questa malattia degenerativa del sistema nervoso, dagli effetti devastanti, determinata da un prione veicolato attraverso farine di carne infette utilizzate come fonte proteica per l’alimentazione dei bovini e trasmissibile all’uomo, ebbe una risonanza mediatica enorme, sconquassando i mercati in tutta Europa e determinando un drastico crollo dei consumi di carne bovina. Furono tempi difficili e passarono molti mesi prima che fossero percettibili i primi segnali di ripresa. Fortunatamente le razze autoctone italiane, le carni delle quali potevano fregiarsi già dal 1998 del marchio IGP riconosciuto dalla CEE e gestito dal Consorzio di Tutela “Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale”, erano le uniche ad essere inserite in una filiera interamente tracciabile. Gli obblighi stabiliti dal protocollo IGP, relativamente all’alimentazione del bestiame, disciplinavano l’impiego di foraggi e insilati, favorendo la somministrazione al bestiame dei prodotti aziendali e vietando l’impiego di sottoprodotti e di farine animali, puntando alla elevata qualità della carne e alla tutela del consumatore. Nella difficile condizione mercantile venutasi a creare, ciò attirò l’interesse della grande distribuzione sulle razze bianche, concretizzandosi in una corsa all’acquisto che permise ai loro allevatori di superare per primi la crisi conseguente all’avvento della BSE. La condizione favorevole del mercato ridiede fiducia agli allevatori e vide la razza Romagnola, dopo molti anni, incrementare le proprie consistenze, che nel 2005 si attestarono sui 16.700 capi distribuiti in 568 allevamenti. Il 2005 vide Anabic impegnata nella realizzazione del Congresso Mondiale delle Razze bovine Italiane da Carne, svolto a Gubbio nel mese di maggio, che fece convergere all’evento operatori da tutto il mondo e che fu coronato da grande successo. La conclusiva sfilata dei campioni delle razze italiane, svolta in notturna a Villa Benveduti, rappresentò l’acuto di un grande sforzo organizzativo che ha lasciato un ricordo indelebile in tutte le figure coinvolte. Alla sua realizzazione aveva significativamente contribuito anche Lucio Migni, attivamente impegnato sul campo durante l’intero evento nonostante stesse combattendo tenacemente da alcuni anni contro un linfoma che non gli avrebbe dato scampo. La sua scomparsa, avvenuta nel marzo 2006, a soli 42 anni, nell’imminenza dello svolgimento di Agriumbria, dove la Chianina avrebbe svolto la propria mostra Nazionale, trasformò l’evento in un sentito e corale tributo alla sua figura di uomo e di tecnico al quale successivamente, nel 2009, venne intitolato il Centro Genetico Anabic di S. Martino in Colle. Con lui è venuto a mancare un punto di riferimento per la selezione delle razze italiane e della Chianina in particolare, oltre che un carissimo amico dotato di particolare carisma e di qualità umane non comuni.

Solo poche settimane dopo scompariva improvvisamente anche John Onley, un signore nei modi e una figura di rilievo nell’ambiente internazionale della razza Romagnola, il cui contributo è stato fondamentale per lo sviluppo della razza in Australia e al quale mi legava una sincera amicizia. Queste gravissime perdite hanno lasciato un vuoto enorme, trasformando il 2006 in un anno da dimenticare. Nel 2007, durante la presidenza di Fausto Luchetti, il Dr. Paolo Canestrari lasciò la direzione di Anabic e la Dr.ssa Roberta Guarcini divenne il nuovo direttore. Tra gli eventi di spicco realizzati durante la sua leadership il Congresso internazionale, intitolato “Sulle tracce delle Podoliche”, realizzato presso la Mediateca di Matera nel luglio 2009 e dedicato alle razze Grigie Europee, ha auto un posto di rilievo. Ad esso confluirono tecnici e professori universitari dei paesi depositari delle etnie affini alle razze bovine italiane da carne e dalla comune origine Podolica, quali Ucraina, Ungheria, Serbia, Croazia, Grecia e Turchia, oltre a docenti di varie università italiane e a rappresentanti del mondo istituzionale. Alle sessioni scientifiche, svolte a Matera, fece seguito un tour di visite agli allevamenti pugliesi, lucani e calabresi della razza Podolica oltre che al Centro Selezione Torelli di Laurenzana, PZ. Un altro evento importante è coinciso inoltre con la celebrazione del 50ennale Anabic, svolto in concomitanza con l’edizione 2011 di Agriumbria, a Bastia Umbra.

Nel frattempo il sistema zootecnico nazionale stava vivendo una fase di stravolgimenti e di radicale ristrutturazione, in un contesto reso particolarmente precario dall’incertezza sui finanziamenti alla selezione e dalla necessità di contenerne i costi. I continui tagli ministeriali ai finanziamenti portarono le Associazioni Nazionali di razza ad ottimizzare le sempre più limitate risorse disponibili riducendo talora il proprio organico, facendo ricorso agli ammortizzatori sociali e mettendosi in modalità sopravvivenza. Il sistema periferico intanto vedeva le Associazioni Provinciali e Regionali Allevatori in grandi difficoltà, inducendo AIA (Associazione Italiana Allevatori) a modificare il proprio Statuto per ridefinire lo schema operativo generale e dare continuità ai controlli funzionali. Lo sconquasso che ha caratterizzato questa fase non ha solo visto scomparire le Associazioni Provinciali Allevatori, confluite nelle loro omologhe a carattere regionale (ARA), ma è stato anche caratterizzato dal dilagare delle organizzazioni professionali nel sistema zootecnico, delineando scenari che fino a pochi anni prima nessuno avrebbe immaginato. Nel frattempo I fondi U.E. previsti dal PSRN mediante i progetti I-BEEF e I-BEEF2 per il periodo compreso tra il 2014 e il 2023, hanno stabilizzato il quadro economico, permettendo alle Associazioni Nazionali di razza di continuare a svolgere le proprie attività.

Dall’avvento del nuovo millennio la razza Romagnola aveva mantenuto quasi inalterato il proprio organico fino a quando, a cavallo del 2010, l’onda lunga post BSE ha esaurito i propri effetti. La discutibile gestione del marketing messa in atto dal Consorzio di Tutela IGP, che avrebbe potuto diversificare l’offerta nella fase in cui le razze bianche erano al centro dell’attenzione, ha finito per canalizzare l’intera produzione verso la grande distribuzione la quale, esaurita la fase di necessità, ha inevitabilmente imposto le proprie regole. L’interesse della GDO si è quindi concentrato sulla Chianina, che grazie alla sua aura di “toscanità” era la più nota al grande pubblico e quindi la più vendibile. Il Consorzio di tutela ha assecondato questo orientamento privilegiando la Chianina e disattendendo in larga misura la sua stessa mission di tutela delle altre razze nei rispettivi territori. Ciò ha messo in difficoltà la Marchigiana e soprattutto la Romagnola, che nonostante possegga tutti requisiti di una razza da carne competitiva, manca nel proprio areale di strutture alternative alla GDO, e per la quale le strategie di marketing avrebbero dovuto essere riviste. Le conseguenti difficoltà mercantili hanno finito per accelerare il decremento delle consistenze della razza, che nel 2022 risultavano ridotte a sole 10.000 unità complessive distribuite in 300 allevamenti, e con un trend in ulteriore diminuzione. Siamo così giunti all’epilogo del mio coinvolgimento con un ruolo ufficiale nel sistema selettivo delle razze italiane, visto che il finire del 2023 è coinciso con il mio pensionamento. Si è trattato di un lungo arco temporale vissuto intensamente, che mi ha permesso di gestire il Corpo Esperti di Anabic, di valutare in tutta Italia e di giudicare in numerose occasioni nelle mostre di ogni ordine e grado sul territorio nazionale, oltre che all’estero in una quindicina di eventi delle razze italiane svolti in vari Paesi.

Nell’arco della mia vita professionale mi è stato chiesto più volte se mi fosse mai venuta l’idea di mettere per iscritto le esperienze vissute nell’ambito della razza Romagnola, così da poterle condividere. Sono sempre stato convinto che il modo più consono per uno zootecnico di dare prova delle proprie capacità consista nel far parlare i fatti. Avrei preferito lasciare il segno sulla razza costruendo bestiame di qualità, ma il drastico calo delle consistenze, che ha caratterizzato la storia recente della Romagnola, mi ha fatto capire che non ne avrei avuto il tempo. Allora ho pensato di dare forma ad un tributo personale alla razza, che ripercorresse la parte più significativa della sua epopea, passando attraverso i riproduttori che l’hanno segnata. Tra le epoche che avrei potuto prendere in considerazione, il XX secolo è stato senza dubbio quello più significativo, sia per gli accadimenti eccezionali che l’hanno contraddistinto, sia per la parabola che la Romagnola ha descritto nel medesimo arco di tempo, passando dai trionfi parigini di inizio secolo all’istituzione del Libro Genealogico, al boom delle consistenze e al rischio di estinzione agli albori del nuovo millennio. Ho scelto quindi di tracciare, attraverso un sito sviluppato da hoc, un percorso per immagini nel quale i protagonisti fossero i riproduttori più importanti e nel quale i riferimenti storici fossero semplici “pennellate” utili a collocarli nel tempo. Considerata la cospicua quantità di materiale conservato nel corso degli anni, avrei semplicemente potuto utilizzare allo scopo le fotografie in mio possesso. Ciò avrebbe avuto un ruolo importante sotto il profilo documentale ma avrebbe reso più freddo e impersonale questo lavoro. Così, a partire dal 1989, ho cominciato a disegnare i tori, ritraendoli il più fedelmente possibile, partendo da fotografie della più varia estrazione e archiviando i disegni, che nel tempo sono diventati oltre un migliaio, ordinandoli per linee maschili. Le fonti alle quali ho attinto sono state innumerevoli: libri, cataloghi di mostre, pubblicazioni degli Ispettorati Provinciali Agrari, brochures promozionali di stazioni di monta taurina e dei centri tori per la FA, archivi privati di amici, di allevatori italiani e stranieri, di tenutari di monta e commercianti di bestiame, archivi di Anabic e delle APA dell’area di allevamento, oltre ad internet e social media. I riferimenti anagrafici e biografici relativi ai diversi riproduttori non sono sempre stati facili da reperire e le numerose omonimie, gli occasionali errori di trascrizione delle matricole scritte a mano e qualche refuso di stampa hanno talvolta complicato il quadro. Ho pensato di includere qualche foto perché possa essere valutata la fedeltà dei disegni rispetto alla fonte di riferimento. Relativamente a ciascuna linea maschile sono stati redatti un diagramma e un riepilogo della sua storia, dei proprietari che ne hanno propiziato lo sviluppo, del periodo storico e dell’area nella quale ciascuna linea si è sviluppata, oltre, quando possibile, ai controlli ponderali e ai più eclatanti risultati espositivi ottenuti. Spero che il sito possa aiutare chi si avvicina alla razza Romagnola ad apprezzarla più compiutamente, visto che ormai le figure che ne hanno vissuto di persona il periodo aureo sono sempre meno e che anche il relativo materiale documentale diventa sempre più difficile da trovare. Vedo oggi le campagne della pianura romagnola e le stalle, un tempo brulicanti di vita, inesorabilmente vuote o destinate ad altro uso. Penso alle nuove generazioni, per le quali il bovino e i suoi ritmi sono sconosciuti e assolutamente dissonanti rispetto al mondo attuale. Si tratta di qualcosa di inimmaginabile per chi non li ha vissuti, che rimanda a tempi relativamente recenti ma ormai lontanissimi, e trovo sconcertante la rapidità con la quale la cultura, la storia e le tradizioni vengano dimenticate anche nel territorio che le ha viste fiorire. Penso alle capacità, alla sensibilità, al buon senso e all’ambizione con la quale generazioni di allevatori, con pochi mezzi disponibili, hanno saputo costruire tanta bellezza.

Mi auguro che le banche dati, il progresso delle tecniche riproduttive, la genomica e i mezzi tecnologici sempre più avanzati possano in futuro – magari con l’aiuto di quei Paesi esteri in cui la Romagnola ha trovato rifugio ed è fiorita – dare nuovo vigore a questa meravigliosa razza o per lo meno aiutarci a mantenerla radicata alle sue terre di origine. Ma su questo punto tornerò al termine di questo lavoro, in cui proverò a descrivere cosa è stato e cosa ha significato nelle nostre campagne, per i nostri agricoltori, l’allevamento della razza bovina Romagnola.

La storia della razza Romagnola ha i connotati di una epopea che ha visto la razza stessa al centro di una lenta evoluzione e di accadimenti epocali. Le sue origini risalgono al Bos primigenius o Uro europeo, un bovino selvatico di grande taglia e dalle lunghe corna raffigurato in vari siti sin dal Neolitico, descritto anche da Giulio Cesare nel De Bello Gallico ed estintosi nel 1627 quando l’ultimo esemplare, una femmina, morì nella foresta di Jactorow, in Polonia. Dal Bos taurus primigenius o Uro europeo, e più precisamente da una sua sottospecie, il Bos taurus macroceros, o Uro dalle grandi corna, deriverebbero le Razze Grigie Europee. Questi bovini, originari dell’Ucraina, avrebbero raggiunto l’Italia nel IV secolo D.C. al seguito della invasione dei Goti guidati da Agilulfo, trovando nella parte orientale della Pianura Padana, a sud del fiume Po e corrispondente alle attuali province di Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, l’area di allevamento nella quale avrebbe avuto origine la razza Romagnola. Non si può escludere che all’origine della razza possano avere contribuito anche uri locali. Bovini a corna lunghe vengono infatti descritti da Virgilio così come, andando a ritroso nel tempo, so no certe le influenze di bestiame medio-orientale sul genoma di alcune razze grigie italiane, in particolare per la razza Podolica. Tale influenza sulle popolazioni bovine dell’area mediterranea non sorprende, considerato l’imprimatur della “mezzaluna fertile” circa la coltivazione dei cereali e la domesticazione del bestiame. Anche i greci hanno successivamente dato il loro contributo. E’ infatti greco il termine “italos”, che significa “toro” e che descrivendo la nostra penisola come il “Paese del bestiame” le ha di fatto dato il nome. Anche nei mosaici bizantini della Basilica di San Vitale, a Ravenna, risalente al VI secolo, a rappresentare l’evangelista Luca è l’immagine di un toro grigio, riflettendo probabilmente la familiarità dell’artista con quella tipologia di bestiame. Tra le razze bovine autoctone italiane da carne tutelate da Anabic, quella meno influenzata dai bovini grigi di ceppo Podolico è sicuramente la Chianina, che vanta origini etrusche e che veniva descritta con caratteristiche simili a quelle attuali già in epoca romana. Le invasioni barbariche hanno quindi segnato una svolta epocale non solo per la storia della Nazione ma anche per lo sviluppo delle etnie bovine che ne sarebbe conseguito. La razza bovina Romagnola viene ascritta al gruppo delle Razze Grigie Europee di origine Podolica. La Podolia è la regione dell’Ucraina dalla quale si sarebbero irradiate, in Europa Orientale, in Turchia, in Grecia, nei Balcani, in Istria e in Italia, una sequela di razze affini, accomunate da mantello grigio, dalla pigmentazione nera della cute, dalla cornatura ben sviluppata, a forma di lira nelle vacche e a semiluna nei tori, e dal fatto che il vitello nasce di colore fromentino e cambia il colore del mantello, diventando progressivamente bianco attorno ai tre mesi di età. Il gruppo delle razze grigie comprende le seguenti etnie:

  • Grigia Ucraina (Ucraina);
  • Sura de Stepa (Romania);
  • Grigia Ungherese (Ungheria)
  • Iskar (Bulgaria);
  • Boz Irk (Turchia);
  • Sykia e Katerini (Grecia);
  • Mursi (Albania);
  • Boskarin (Montenegro);
  • Podolsko Govece (Serbia);
  • Slavonski Podolac (Croazia)
  • Istarsko Govedo (Istria)

Queste razze sono oggi, in taluni casi, estinte o ridotte a lumicino, mentre altre sono oggetto di programmi di recupero e vedono in ripresa le proprie consistenze, come nel caso della Grigia Ungherese, della Boz Irk e dell’Istriana. Da quest’ultima razza discendeva anche la Pugliese del Veneto, oggi purtroppo estinta, la cui area di allevamento comprendeva principalmente le province di Rovigo, Venezia e Padova oltre a quelle emiliane di Ferrara e di parte della provincia di Bologna. Nonostante questo, tra i Paesi nei quali le razze grigie hanno trovato le proprie culle di allevamento, l’Italia è quello che le ha conservate in maggior numero e con le consistenze più importanti. Le cinque razze italiane tutelate da Anabic, Marchigiana, Chianina, Romagnola, Maremmana e Podolica, constano di un patrimonio complessivo di circa 150.000 unità e possono avvalersi di un programma selettivo strutturato il cui supporto offre loro maggiori possibilità di essere tramandate alle generazioni future.

Ma ritornando alla Romagnola e alla sua storia, una volta insediatosi nella parte orientale della Pianura Padana, a sud del fiume Po, in quella che sarebbe diventata la culla di origine della razza, il bestiame grigio è entrato in contatto con etnie locali, non di origine Podolica, a corna corte, simili alle attuali razze Reggiana e Bianca Valpadana. Ciò sarebbe confermato anche dalla presenza, nel bolognese, della cosiddetta “Varietà Bazzana”, dal mantello fromentino più o meno carico e scarsamente pigmentata, documentata fino al XVIII secolo. Anche i nomi dialettali “Ro” e “Bunin” e loro varianti, relativi ai buoi aggiogati a destra e a sinistra del timone dei mezzi agricoli, citati da numerose fonti bibliografiche, deriverebbero dai termini Rubrum e Bonellum, ad indicare rispettivamente, come riportato da contratti registrati fin dal XIV secolo, un soggetto dal mantello fulvo e l’altro dal mantello grigio.

Per secoli, nell’area collinare e anche nella fascia costiera della Romagna, dominava il latifondo e il bestiame veniva allevato al brado. La progressiva diffusione del contratto di mezzadria, in sostituzione delle precedenti forme di concessione del terreno, portò all’organizzazione del fondo inteso come unità poderale, sul quale venne eretta la casa colonica. Assieme ai terreni coltivati dei poderi, concorrevano a delineare il paesaggio anche le ville padronali, di solito circondate da piccoli boschi, nei quali il proprietario non soggiornava abitualmente, recandovisi per periodi di villeggiatura e per controllare periodicamente le sue proprietà. Con l’avvento di Napoleone e l’inserimento della Romagna nella Repubblica Cisalpina, nel 1789, furono soppressi i feudi, venne ridotto il numero dei conventi, vennero eliminati i privilegi degli ecclesiastici e ogni loro esenzione fiscale. Venne inoltre istituita una rete di strutture burocratiche per i diversi settori dell’economia. I terreni espropriati alla Chiesa vennero venduti all’asta a privati, oppure affidati a Comunità Municipali o posti a dotazione di Ospedali. La vendita dei beni ecclesiastici andò però, per la maggior parte, a vantaggio della ex nobiltà e della ricca borghesia, anche grazie ad agevolazioni che permettevano l’acquisto delle terre a basso prezzo e dilazioni nei pagamenti, mentre non venne realizzata alcuna riforma agraria a vantaggio della piccola proprietà. Anche la fruizione di pascolo libero venne regolamentata attraverso il pagamento di una tassa a capo. I benefici ricevuti dai nobili vennero mantenuti anche successivamente e indussero alla ricerca di una maggiore produttività delle aziende. L’allevamento al brado diminuì progressivamente mentre le proprietà terriere vennero organizzate in colonie, ognuna con la propria stalla, dotandosi di una o talora più stazioni di monta taurina.

Le stalle, costruite con grande cura, spesso spaziose e ben illuminate, erano talora delle vere opere d’arte, con volti e colonne a delimitare le poste. Il bestiame continuava ad assecondare l’uomo nello svolgimento dei lavori agricoli, sviluppando la tipologia indicativa della preponderante attitudine dinamica che doveva espletare. Inoltre, nel contesto di un’agricoltura improntata all’avvicendamento tradizionale delle colture e all’auto-sostentamento, le vacche fresche di parto venivano munte fornendo latte e formaggi, i vitelli maschi eccedenti le necessità aziendali venivano venduti, mentre alla produzione della carne, per lungo tempo marginale, erano destinati prevalentemente i soggetti a fine carriera. Il bestiame produceva inoltre il letame, utilizzato come ammendante sui terreni, e forniva calore alla famiglia contadina durante i mesi invernali. Per il loro imprescindibile ruolo, i bovini venivano accuditi con cura dai bovari, venendo abbeverati due volte al giorno e regolarmente strigliati, sviluppando un costante rapporto con l’uomo. I vitelli destinati a diventare buoi venivano castrati entro i sei mesi di età, o al massimo intorno all’anno. I buoi venivano inoltre regolarmente ferrati e, dovendo lavorare appaiati, venivano scelti sin da giovani ‘ricercando una marcata reciproca somiglianza, oltre che la necessaria solidità strutturale. Anche le corna erano importanti, fornendo appiglio per l’ancoraggio degli animali al giogo e al mezzo agricolo, e già nei vitelli erano oggetto di attenzioni perché assumessero la giusta direzione e l’auspicata simmetria. In occasione di fiere e mercati i bovini erano poi frequentemente agghindati con fasce, fiocchi e nappe di lana, generalmente di colore rosso, originariamente legati alla superstizione popolare. Utilizzate frequentemente erano anche le coperte per il bestiame, fatte solitamente di tela di lino o di canapa tessuta in casa, sovente stampate a ruggine e recanti l’immagine di S. Antonio Abate. Il loro scopo era quello di proteggere i bovini sudati al termine di uno sforzo intenso o di servire da abbellimento in occasione di fiere o parate. Anche Le riforme napoleoniche lasciarono una traccia sulle fasce del bestiame, che vennero spesso ornate da gagliardetti tricolori bianchi rossi e blu, in segno di ossequio dei proprietari terrieri al generale francese.

Non fu però solo Napoleone a segnare la storia della Romagnola perché un’altra forte ondata innovativa, partita dalla Gran Bretagna tra il 1780 e il 1830, la prima rivoluzione industriale, avrebbe fatto sentire i suoi effetti sull’agricoltura e sulle tecnologie di allevamento non solo in Europa ma nel mondo intero. Caratterizzata inizialmente dalla scoperta della macchina a vapore e dal suo impiego su scala industriale, questa rivoluzione venne anch’essa sostenuta da leggi che favorivano le classi più abbienti e le grandi proprietà terriere, mettendole in condizione di investire in questa sfida ingenti capitali e attirando masse di lavoratori verso le città industriali. L’incremento produttivo e demografico che ne seguì ebbe conseguenze importanti sull’agricoltura e sull’allevamento, incrementandone la produttività e aumentando la disponibilità di alimenti in grado di soddisfare un mercato reso più vivace dal crescente benessere. Tutte le specie domestiche di interesse zootecnico subirono l’impatto di un cambiamento che imponeva di trasformarle in unità produttive più efficienti. Furono zootecnici inglesi, lungimiranti e capaci, come Robert Bakewell ed i fratelli Charles e Robert Collins, a dare vita, intorno al 1850, alle prime razze bovine specializzate per la produzione della carne, quali la Hereford e la Shorthorn. La inziale fase selettiva, caratterizzata da accoppiamenti tra consanguinei per fissare i caratteri desiderati, venne supportata da periodici controlli ponderali oltre che da un elemento innovativo e fondamentale: il Libro Genealogico. Queste razze videro così ben presto ampliarsi la loro notorietà e varcarono i confini della Gran Bretagna per approdare in Europa, negli Stati Uniti, in Australia e in numerosi altri Paesi, guadagnandosi la reputazione di razze cosmopolite e contribuendo alla costituzione di nuove razze. Questa ventata innovativa arrivò anche in Italia, sollecitando le menti più fertili e aperte del mondo agricolo a ricercare soluzioni che portassero al miglioramento quali-quantitativo delle produzioni agro-zootecniche e ad un maggiore reddito per gli operatori in esse coinvolti.

Tra queste figure assunse particolare rilievo quella di Leopoldo Tosi (1847 -1917), di origini riminesi, che dopo la laurea in ingegneria al Regio Istituto Tecnico Superiore di Milano, oggi Politecnico, affiancò, nel 1876, il suocero Ercole Ruffi nell’amministrazione della Tenuta dei Principi Torlonia a S. Mauro di Romagna, oggi S. Mauro Pascoli, una grande proprietà terriera di 1.940 ettari, situata tra Cesena e Rimini, prendendola poi in affitto nel 1885. Alla Tenuta Torlonia, il cui nucleo centrale era da tutti conosciuto come “La Torre”, era nato anche Giovanni Pascoli (1855 -1912), allievo del Carducci e massimo poeta decadente italiano, il cui padre Ruggero, amministratore della tenuta stessa, venne assassinato nel 1867, mentre tornava a casa in calesse da Cesena, dove avrebbe dovuto incontrare un emissario dei Torlonia. L’omicidio, le cui ragioni non vennero mai chiarite, ebbe un effetto devastante per la famiglia Pascoli e Giovanni, all’epoca 11enne, ne restò segnato per sempre, come traspare dai molteplici riferimenti all’evento nella sua produzione poetica. L’amicizia intercorsa tra il poeta e Leopoldo Tosi li legò per tutta la vita ed è documentata da una fitta corrispondenza. L’azione di Tosi alla Tenuta Torlonia si tradusse in significativi cambiamenti che andarono dal miglioramento delle tecniche agronomiche, all’introduzione della coltivazione del tabacco, dell’allevamento dei bachi da seta, all’ampliamento delle superfici coltivate a vigneto e alla produzione di vini, aiutato in quest’ultima attività, dal genero Giovanni Briolini, chimico ed enologo. Ma se il processo innovativo sotto il profilo agronomico fu piuttosto veloce, quello del patrimonio zootecnico avvenne più lentamente. Quando Tosi approdò alla Torre, la tenuta contava 200 colonie con 500 capi di bestiame e nella sua stazione di monta funzionavano due tori: Vernocchi, romagnolo, e Volente, un incrocio chianino x podolico acquistato nelle Marche. Il bestiame presente nelle stalle dei coloni era di scarsa qualità, scorretto, stretto nei diametri trasversi, con anteriori chiusi, dal costato piatto, con groppe spioventi, scarsa muscolosità e con modeste capacità di conversione degli alimenti. Determinato a cambiare questo stato di cose e a trasformare il bestiame in una fonte di reddito, Tosi eliminò i riproduttori funzionanti e procedette all’acquisto, sui diversi mercati della Romagna, dei soggetti che riteneva più idonei ai suoi scopi. A coadiuvarlo nell’ intento furono i suoi collaboratori Bigi Nanni e Luigi Bilancioni, ai quali si aggiunse, successivamente, il genero, Prof. Dino Sbrozzi. I riproduttori acquistati, vennero concentrati alla Boaria Centrale, presso la quale funzionavano mediamente sette tori. In quegli anni in Romagna erano state avviate importanti opere di bonifica, di regimentazione delle acque, e l’agricoltura era caratterizzata da una rapida evoluzione delle tecniche colturali. La tipologia del bestiame che Tosi intendeva costruire avrebbe dovuto assecondare questi cambiamenti e se il mantenimento dell’attitudine dinamica era necessario, la ricerca di una maggiore attitudine alla produzione della carne lo era altrettanto, perché avrebbe incrementato il reddito ottenuto sia dalla vendita del giovane bestiame in esubero che da quello a fine carriera. Il miglioramento delle tecniche agricole avrebbe garantito raccolti più abbondanti, permettendo un incremento quali-quantitativo delle razioni somministrate al bestiame, che ne avrebbe quadagnato in termini di efficienza, anticipando l’età di maturazione commerciale. I cardini sui quali prese forma la visione di Tosi furono diversi. Andava definita una tipicità che identificasse la razza, a partire dal colore del mantello, dalla forma della testa e dalla cornatura. La accentuata pigmentazione cutanea e apicale, l’elasticità e abbondanza della pelle, la presenza e lo sviluppo della giogaia, tratti legati alla fisiologia della termoregolazione, dovevano assecondare la resistenza degli animali alla fatica, a cui i lavori agricoli li avrebbero sottoposti. La necessaria funzionalità strutturale e motoria imponeva una particolare attenzione alla correttezza degli arti e dei piedi, oltre che alla fluidità dell’andatura. Relativamente alla capacità di accrescimento, il suo incremento richiedeva un potenziamento dei diametri trasversi del torace, con un costato più arcuato e una maggiore capacità di ingestione. La tipica silouette a tronco di cono con base anteriore, tipica delle razze da lavoro, doveva evolversi aumentando i volumi delle parti intermedia e posteriore del tronco, che sarebbe diventato più lungo, assumendo una forma più tendente a quella cilindrica. Infine, l’attitudine alla produzione della carne, che avrebbe dovuto assumere un ruolo paritetico rispetto a quella dinamica, andava perseguita attraverso la maggiore copertura muscolare, in particolare a livello dell’area dorso-lombare e del treno posteriore. C’era un ulteriore tratto che Tosi intendeva perseguire: l’equilibrio delle forme, che avrebbe dato al bestiame un valore aggiunto sul mercato dei capi da riproduzione. Oltre a basare la selezione su questi criteri, perseguendola con uno stretto rigore formale, Leopoldo Tosi istituì il Libro Genealogico dell’allevamento, che chiamò Herd Book, documentò diligentemente gli eventi, le misurazioni e i sistematici controlli ponderali, determinò la composizione e la quantità delle razioni somministrate e calcolò gli indici di conversione alimentare per i soggetti in accrescimento. Relativamente alla produttività delle fattrici venivano considerati gli intervalli interparto mentre la loro capacità materna veniva valutata attraverso le pesate mensili dei vitelli in allattamento.

Tutto questo precedeva di mezzo secolo l’inizio della selezione ufficiale, che sarebbe stata avviata solo nel 1930, e propiziò per la razza i primi riconoscimenti. Già negli ultimi anni del 1800 i bovini della Tenuta Torlonia ottennero significative affermazioni in numerose esposizioni svolte in Romagna, venendo presentati con successo anche alle fiere di Torino e Milano. I tori fondatori del nucleo costituito da Tosi furono Vivante, Dmangon e Primo. Da quest’ultimo riproduttore discende Ceccone, il toro simbolo della compagine presentata a Parigi nel 1900, che sancì l’affermazione della razza Romagnola anche in ambito internazionale. Il gruppo di 20 soggetti della Tenuta Torlonia presentato all’Esposizione Mondiale di Parigi era stato scelto da Tosi con estrema cura, puntando sia alla correttezza dei singoli individui che alla loro generale uniformità. A farne parte, oltre a Ceccone, era anche il toro Attila, mentre tra le vacche figuravano Bella e Flora, due tra le migliori fattrici della Tenuta. Il bestiame ottenne importanti riconoscimenti sia individuali che di gruppo, competendo con razze straniere e in particolare con la britannica Hereford, la cui compagine era particolarmente agguerrita. A completare questo trionfo, Leopoldo Tosi venne nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito Agricolo dal Ministro francese dell’Agricoltura Jean Dupuy. I successi conseguiti a Parigi ebbero una vasta eco sulla stampa specializzata sia in Italia che all’estero e valsero a Tosi il conferimento di numerosi riconoscimenti. Per la tenuta Torlonia l’impatto mercantile sulla vendita di soggetti da riproduzione fu enorme, tanto che se prima della “Mondiale” di Parigi i torelli venduti annualmente erano circa un centinaio, negli anni immediatamente successivi ne venivano venduti oltre 200 ad acquirenti provenienti non dalla sola Romagna, ma dall’intero territorio nazionale. La ricerca della correttezza morfologica e dell’armonia, che Tosi aveva perseguito sin dall’inizio, dava ora i suoi frutti in modo eclatante. Alcuni soggetti vennero venduti anche all’estero, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Ungheria, Romania e in Russia. Nei primi anni del ‘900 un torello venne inviato in dono allo Zar Nicola II. Proveniva dalla Russia il Conte Erast Konstantinovich Brodskij, allevatore di bovini di razza Grigia Ucraina e cliente abituale della Tenuta Torlonia che, oltre al toro Primo, acquistò anche il blasonato Ceccone, e del quale si perse ogni traccia in seguito alla Rivoluzione di Ottobre. Nonostante il largo consenso ottenuto, Tosi non si cullò sugli allori e tornò da Parigi determinato a correggere i tratti del proprio bestiame che riteneva limitanti.

Alcune delle sue considerazioni, riportate dal genero, Dino Sbrozzi, sono particolarmente indicative. La razza Romagnola avrebbe dovuto, secondo Tosi, migliorare la forza della linea dorsale, l’impostazione della groppa e la correttezza del codale. Le dimensioni, legate al potenziale di accrescimento, andavano mantenute, mentre doveva essere aumentata la muscolosità a livello dei lombi, della groppa, e particolarmente della coscia e della natica, non sufficientemente discese e convesse. Relativamente alle proporzioni del tronco, che voleva profondo e capiente, Tosi riteneva che la sua vicinanza al terreno non dovesse essere determinata dalla eccessiva brevità degli arti. A differenza della britannica Hereford, costituita come razza specializzata da carne in un Paese nel quale era il cavallo a svolgere i lavori agricoli, la Romagnola, oltre a produrre carne, doveva disimpegnarsi anche nel traino dei mezzi agricoli e soprattutto nell’aratura di terreni sovente argillosi e tenaci, che richiedevano arti forti, funzionali e non troppo brevi. Quest’uomo intelligente, visionario e capace, aveva dato forma al bovino romagnolo moderno, partendo da un materiale ordinario e trasformandolo in un mezzo produttivo efficiente, remunerativo e consono all’evoluzione agronomica del territorio. Alla sua morte, avvenuta nel 1917, la Tenuta dei Principi Torlonia era un’entità moderna ed efficiente, che contava 150 colonie e 1.500 capi di bestiame.

Sebbene l’attitudine dinamica venisse ancora richiesta, Tosi aveva gettato le basi per la evoluzione del modello verso una tipologia a specializzazione mono attitudinale per la produzione della carne, che avrebbe caratterizzato la razza Romagnola nei decenni successivi. Come accadde anche a Federico Tesio per il famoso Ribot, nemmeno Leopoldo Tosi riuscì a vedere il suo capolavoro, Medoro, capostipite indiscusso della razza, la cui discendenza continua a propagarsi ancora oggi, e anche altre linee, tra le più valide della Romagnola attuale, provengono da capostipiti nati alla “Torre”. Per rendere giustizia alla complessità della figura di Tosi occorre però sottolineare come egli si dedicasse alle diverse attività nelle quali era coinvolto con la stessa intensità dimostrata verso la zootecnia, a cominciare dall’agronomia, dall’entomologia e dall’enologia, passando per l’architettura, la letteratura e la filantropia. Tutti questi tratti sono stati approfonditi in occasione di un evento celebrativo svolto alla Torre di S. Mauro Pascoli il 18 novembre 2017, nel centenario della sua morte. L’iniziativa, patrocinata dal Comune di S. Mauro e dal Museo di Casa Pascoli, venne organizzata dal Dr. Luca Barducci, collega veterinario oltre che storico appassionato, alla presenza delle famiglie Palloni e Briolini, discendenti di Leopoldo Tosi. Le interessanti presentazioni oggetto del seminario, vennero tenute da agronomi, entomologi, architetti, letterati e storici. A me venne concesso il privilegio di parlare della razza Romagnola, relativamente alla quale, dopo averne tracciato le origini e la storia, mi soffermai sul suo percorso evolutivo conseguente all’operato di Tosi. Ricordo che qualcuno commentò: - Sembra la sceneggiatura di un film… –.

Questo “film”, basato su una storia millenaria, è stato segnato sia da momenti di gloria che da immani tragedie. I suoi protagonisti, talora famosi e illuminati e più spesso anonimi e silenziosi, hanno dato vita ad una “meraviglia zootecnica” che, oltre a contribuire allo sviluppo del suo territorio di origine, è stata in grado affermarsi in ambito internazionale. Agli allevatori, ai mezzadri, ai fattori, ai tenutari delle stazioni di monta, si mescolavano i mediatori, i commercianti, i maniscalchi, i veterinari e tante altre figure, come i carrettieri, i falegnami, i fabbri e altri ancora, definibili come l’”indotto” della razza Romagnola. Per secoli il rapporto tra l’uomo e il suo bestiame è sembrato immutabile, o caratterizzato da piccoli cambiamenti. I bovini assecondavano il duro lavoro dell’uomo nei campi e, essendo indispensabili, venivano in genere trattati con riguardo. Oltre che forza motrice, essi rappresentavano anche un capitale al quale si poteva attingere in caso di necessità. La stalla era parte integrante della vita contadina e si animava quando gli animali dovevano essere abbeverati e foraggiati, talora a notte fonda, prima delle arature, continuando a scandire la vita della famiglia anche la sera, specie d’inverno, quando diventava il luogo più caldo della casa ed ospitava il lavoro delle donne, i giochi e il sonno dei bambini, le veglie e i trebbi. Se per qualcuno il bestiame era un male necessario, un peso che veniva tollerato solo per necessità, per altri rappresentava una passione, qualcosa di bello da mostrare e di cui essere orgogliosi. Fino a quando la rivoluzione industriale ed altri importanti eventi storici non hanno scombinato le carte, questo stato di cose è sembrato per un po' sospeso nel tempo, dando l’impressione illusoria di resistere all’urto del progresso. L’arrivo di Napoleone in Romagna, la ridistribuzione dei terreni espropriati alla Chiesa, le bonifiche e il miglioramento delle tecniche agricole hanno creato le condizioni favorevoli ad un cambiamento che Tosi è riuscito a cavalcare, trasformando il bestiame in un mezzo economico importante, che sarebbe stato in grado di reggere l’urto devastante di due guerre mondiali.

Tra il primo e il secondo conflitto mondiale, quando la razza vantava un organico di circa 530.000 capi, venne istituito il Libro Genealogico. Strumento imprescindibile per qualsiasi programma di miglioramento genetico, il Libro, nato sotto l’egida del Ministero dell’Agricoltura e gestito sul territorio dalle Cattedre Ambulanti Provinciali, segnò l’inizio delle registrazioni dei capi iscritti e l’avvio dei controlli ponderali oltre che della raccolta dei dati produttivi. Ai soggetti iscritti veniva apposto all’orecchio sinistro il tatuaggio recante la sigla della provincia di appartenenza e un numero progressivo. Il primo soggetto ad essere iscritto al libro in provincia di Ravenna fu il toro Medoro, ritenuto il capostipite della razza, al quale venne apposto il tatuaggio 1/RA. Negli anni successivi, con l’identificazione dei “tori caponucleo”, i criteri di marcatura vennero modificati, tatuando ai soggetti iscritti una sigla identificativa di ciascun riproduttore e un numero progressivo. La sigla che identificava i figli di Inverno, ad esempio, era INVE, mentre per la progenie di Trento era TR, per quella di Mistero era MST, per quella di Baluardo AAD, ecc. Anche relativamente al nome di ciascun soggetto, attualmente assegnato contestualmente all’iscrizione con un’iniziale che, a partire dal 1991, segue l’ordine alfabetico, ci sono state, nel tempo, alcune variazioni. Inizialmente l’imposizione del nome era facoltativa, sia per i maschi che per le femmine. Relativamente ai maschi, inoltre, erano spesso i proprietari delle stazioni di monta ad imporre loro il nome che addirittura, sui vecchi cataloghi delle mostre, non compare prima dei 24 mesi di età. Nei primi anni del secondo dopoguerra la razza Romagnola ripristinò le proprie consistenze, dimezzate a seguito delle pesanti razzie operate dall’esercito tedesco in ritirata, vivendo, nonostante le enormi ferite lasciate dal conflitto, un periodo favorevole, dettato sia dalle necessità legate ai lavori agricoli che dalla volontà di riscatto del tenace popolo romagnolo. L’amor proprio degli agricoltori romagnoli è proverbiale e traspare dalla cura con la quale vengono tenuti i terreni, dalle rose piantate di testata ai frutteti, dall’ordine che domina il paesaggio. La stessa ambizione veniva rivolta al bestiame e si concretizzava nella tensione a produrre soggetti di qualità facendo ricorso ai migliori riproduttori. Nelle stalle della pianura, in particolare, il bestiame veniva alimentato con cura, riposando su abbondanti lettiere e venendo regolarmente strigliato. Per evitare che gli animali consumassero le corna, strofinandole contro i muri, le pareti delle poste erano spesso rivestite di legno. I vitelli più piccoli venivano lasciati liberi di vagare nell’aia, o confinati in appositi recinti per larga parte del giorno, per consentire loro una adeguata ginnastica funzionale.

L’apposizione dei mezzi di contenimento cominciava presto, abituando gradualmente il giovane bestiame alla mordecchia. Anche le corna erano oggetto di particolare attenzione e, qualora assumessero direzioni indesiderate, particolarmente nei maschi, si faceva ricorso a tiranti di varia foggia, per dare loro la forma corretta. Queste operazioni andavano svolte gradualmente, alternandole a fasi di riposo, per evitare che l’astuccio cornuale, sottoposto a sollecitazioni eccessive, potesse formare crepe o addirittura rompersi.

Le corna venivano unte piuttosto regolarmente e sempre prima di fiere o raduni. Analoghe attenzioni venivano riservate anche ai capi adulti, correggendo le eventuali asimmetrie con varie tecniche, che includevano l’infissione del corno nel pane caldo appena sfornato per ammorbidirlo, ed esercitando successivamente una trazione per direzionarlo correttamente. In caso di rottura accidentale di un corno, se il moncone era sufficientemente lungo da consentirlo, si rimediava all’inestetismo adattandovi l’astuccio cornuale di un animale macellato, fissandolo con il mastice e limandolo con cura. Le corna pesanti venivano assottigliate con la raspa, rendendole successivamente liscie impiegando cocci di vetro. I commercianti erano particolarmente abili nella manomissione delle corna, spesso allo scopo di rendere più giovanili soggetti nei quali l’età dichiarata non corrispondesse a quella reale. Relativamente ai maschi adulti, le pareti delle poste, specie nelle stazioni di monta, erano rivestite di legno, per evitare che i tori consumassero le corna a seguito dei ripetuti strofinamenti, che costituiscono atteggiamenti di dominanza. In occasione delle mostre, alle corna dei tori, se erano consumate, venivano applicati dei gusci di metallo che ne replicavano la forma, conferendo ad esse un aspetto più appuntito ed elegante. Contestualmente a questi interventi venivano svolte anche le necessarie operazioni periodiche di mascalcia, consistenti nel pareggio funzionale degli unghioni e nelle ferrature, applicate in particolare ai buoi. Le ferrature potevano anche essere correttive, per attenuare vizi posturali o difetti nella direzione dei piedi e consistevano nell’applicazione temporanea, ai soggetti giovani, di spessori in grado di modificare gli appoggi e correggere gradatamente gli appiombi. Anche la pigmentazione cutanea e il mantello erano oggetto di cure e attenzioni. Quando il bestiame veniva ancora impiegato per i lavori agricoli, il riscontro di una certa rusticità negli animali era desiderabile. Per rendere più scuro un mantello chiaro il soggetto veniva bagnato e successivamente tenuto al sole. La prolungata esposizione all’irradiazione solare era utile anche per intensificare il pigmento, in particolare nei soggetti tenuti in stalla durante i mesi invernali. Per rendere più chiaro il mantello scuro, l’animale veniva invece cosparso di gesso, farina o talco e passato con un panno. Il pelame del giovane bestiame, più lungo e lanoso rispetto a quello dei soggetti adulti, poteva inoltre essere arruffato e fissato col sapone da bucato per attenuare determinati difetti, o per dare maggiore convessità, ad esempio, al profilo dei quarti posteriori. Relativamente alla struttura degli animali, gli accorgimenti ai quali veniva fatto ricorso, in particolare dai commercianti, erano tali e tanti, e non tutti leciti, da non poter essere descritti in poche righe. I torelli in compravendita erano mostrati all’acquirente facendoli figurare al meglio e talora venivano presentati liberi in un box nel quale era stato predisposto un piano di fascine ricoperto da abbondante lettiera. Questa sorta di tappeto elastico rendeva particolarmente elegante il movimento degli animali e contribuiva ad attenuarne gli eventuali difetti strutturali. Alcuni venditori senza scrupoli arrivavano a infiggere uno spillo nella plica cutanea ombelicale di un torello dalla linea dorsale cedevole, che veniva corretta dalla conseguente reazione antalgica. Altre manomissioni, illecite e piuttosto cruente, riguardavano l’alterazione del tatuaggio auricolare, allo scopo di falsare l’identità del soggetto.

Un altro aspetto sul quale vale la pena di soffermarsi è relativo all’alimentazione del bestiame. Nell’azienda agricola di pianura, la rotazione delle colture rendeva solitamente disponibili la paglia, l’erba, il fieno e le farine necessari a gran parte dei fabbisogni della stalla. Sulla fascia collinare, come accade anche attualmente, era invece diffuso l’allevamento al pascolo semibrado stagionale, su prati polifiti naturali, per il periodo compreso tra la primavera e l’autunno inoltrato. Il numero degli sfalci annuali era variabile a seconda dell’altitudine, della composizione del terreno e della piovosità, da uno nelle aree di montagna ad almeno tre e fino a sei in pianura. Il primo taglio di medica era il più indispensabile perché arrivava in un periodo dell’anno nel quale le scorte si stavano esaurendo. Inoltre, essendo ricco di graminacee, era particolarmente appetibile per il bestiame e la sua somministrazione era più abbondante, mentre il secondo e il terzo taglio, più proteici, venivano somministrati ad integrazione della razione. In talune zone, per risparmiare il foraggio, si mescolava il fieno alla paglia, trinciandoli entrambi. La medica verde veniva sempre somministrata quando il bestiame era stato affienato, per evitare i rischi di meteorismo. Altri prodotti, come le barbabietole da zucchero e le mele, venivano conservate per la stagione invernale, grattugiate e somministrate mescolandole alle farine. Le polpe e i colletti di barbabietola venivano insilati in apposite fosse ed impiegati come alimento durante l’inverno. Nessuna delle risorse offerte dall’azienda agricola andava sprecata. Anche le foglie degli olmi, che servivano da supporto vivo nei filari di viti, venivano raccolte e somministrate al bestiame, al pari dello sfalcio dei fossi. Il fogliame secco, lo strame, le scartocciature e gli stocchi del mais potevano inoltre essere utilizzati come lettiera. Tra le fonti proteiche utilizzate nella razione figurava spesso il favino, solitamente messo a bagno e successivamente somministrato assieme alle farine. Relativamente a queste ultime il novero è piuttosto lungo e, accanto alle farine di mais, di orzo, e alla crusca, venivano somministrati tritelli e sottoprodotti di vario tipo, in base alla loro economicità e reperibilità nelle diverse zone. Le farine venivano somministrate sia a secco che inumidite in forma di pastone.

L’alimentazione del giovane bestiame da riproduzione era particolarmente accurata. Gli apici vegetativi del grano e talora le uova venivano aggiunti ai pastoni e anche la bollitura dei semi di lino, impiegata come rinfrescante, veniva mescolata alle farine. Nelle stazioni di monta era inoltre piuttosto frequente la somministrazione, ai tori, di avena precedentemente inumidita, fatta germogliare, e aggiunta al loro pastone. I tori venivano solitamente mantenuti in tono, in una condizione corporea intermedia, senza appesantirli troppo, per evitare l’eccessivo aggravio del peso sugli arti posteriori durante l’impennata. Era inoltre opinione diffusa che un’alimentazione troppo spinta rendesse i tori più vivaci e indocili, aumentando il rischio di incidenti, tutt’altro che rari, per chi doveva accudirli. Qualora i riproduttori avessero dovuto essere preparati per le mostre, la componente energetica della razione veniva aumentata gradualmente. Nel caso le razioni venissero modificate troppo repentinamente e le farine somministrate in quantità eccessive, l’accumulo di cataboliti poteva determinare l’insorgenza di eruzioni cutanee, che venivano solitamente lenite con pomate a base di strutto e fiore di zolfo. Se l’eccesso alimentare era prolungato nel tempo, le conseguenze potevano lasciare segni permanenti soprattutto nei soggetti giovani, nei quali il sovraccarico sulla struttura scheletrica, ancora in accrescimento e non completamente calcificata, poteva determinare l’alterazione degli appiombi, che, interessando inizialmente gli arti anteriori, poteva successivamente, in conseguenza dei cambiamenti posturali, caratterizzare anche quelli posteriori. Conclusi gli eventi espositivi si tornava ad un’alimentazione meno spinta e integrata con preparati rinfrescanti quali il già citato decotto di semi di lino e talora anche con il latte. I vitelli maschi da riproduzione, una volta svezzati, venivano sottoposti ad un regime alimentare che ne garantisse la crescita adeguata e un armonioso sviluppo, evitando solitamente la somministrazione di razioni troppo spinte e facendo in modo che, in caso di vendita, i soggetti si abituassero rapidamente al cambiamento della razione alimentare che avrebbero dovuto affrontare. Alcune pratiche, ascrivibili alla tradizione religiosa e popolare, prevedevano anche la somministrazione al bestiame del pane benedetto in occasione della ricorrenza di S. Antonio Abate, protettore degli armenti, la cui effigie era onnipresente nelle stalle. Altre usanze, non uniformemente rispettate, prevedevano la distribuzione di razioni più abbondanti in occasione di talune feste religiose, quali, ad esempio, l’Epifania, a titolo di ringraziamento per il loro paziente lavoro. Non era infrequente che gli animali, solitamente legati alla posta, si procurassero igromi al carpo, urtando le ginocchia contro la greppia, soprattutto durante il pasto. In questo caso la parte veniva massaggiata giornalmente con pomate vescicanti fatte in casa, a base di strutto e tintura di iodio. Occorre sottolineare che per un lungo arco temporale, antecedente la comparsa degli antibiotici e dei prodotti farmaceutici di pronto impiego, veniva fatto ampio ricorso ai preparati galenici della farmacopea tradizionale oltre che ad innumerevoli infusi, decotti e medicamenti fatti in casa ed impiegati sul bestiame a seconda della necessità. La conoscenza che gli agricoltori del passato avevano relativamente alle diverse essenze vegetali, alle loro proprietà e modalità di somministrazione era notevole e meriterebbe un trattato a parte.

Un cenno và riservato anche alle tecniche impiegate nella doma del bestiame da lavoro, aspetto che richiedeva tempo e pazienza e che non riguardava solo i buoi, ma anche le vacche e le manze. Queste ultime venivano raramente fatte coprire prima dei due anni di età, permettendo loro di conseguire un adeguato sviluppo, necessario per l’espletamento dei lavori agricoli. Gli animali andavano addestrati per gradi, abituandoli prima ad essere legati e condotti in coppia, venendo poi aggiogati senza alcun traino e successivamente assoggettati a trainare mezzi via via più pesanti. Ogni animale veniva aggiogato, sin dall’inizio, sempre allo stesso lato del timone. Negli attiragli, i buoi formavano sempre la coppia più vicina al mezzo agricolo, sostenendo lo sforzo maggiore, specie durante le arature. Gli attiragli applicati all’aratro potevano essere formati da un numero variabile di coppie di animali, a seconda della profondità desiderata per lo scasso. Solitamente in testata venivano aggiogate due vacche “di mestiere”, mentre le manze, più vivaci e spesso intemperanti, venivano sempre aggiogate nelle posizioni intermedie, per costringerle a stare “nei ranghi”. Il bestiame veniva assoggettato al lavoro durante le ore più fresche del giorno e ricondotto in stalla durante quelle più calde, mentre le vacche in gravidanza avanzata venivano impiegate unicamente per i lavori più leggeri ed erano tenute a riposo per almeno una ventina di giorni dopo il parto. In pianura, oltre agli aratri, i bovini trainavano mezzi a ruote, come i birocci e i carri agricoli, mentre in collina e montagna erano comunemente impiegate le slitte. Nel timone del carro agricolo, o plaustro, veniva inserita la “caveja”, considerata il simbolo della Romagna, composta da un'asta di ferro battuto terminante in alto in una piastra decorata con anelli e immagini allegoriche. Il termine corrispondente, in italiano, è "cavicchia", in riferimento alla sua forma e il suo scopo era quello di impedire lo slittamento del timone in avanti quando il terreno era in discesa. Gli anelli tintinnavano quando il mezzo era in movimento e il suono avvertiva i passanti del transito del carro. Al piatto della caveja venivano applicati fiocchi di lana i cui colori indicavano l’area di provenienza del carro: Forlì era rappresentata dai colori rosso e bianco, Cesena bianco e nero, Ravenna giallo e rosso, Lugo rosso e verde, Bertinoro blu e rosso ecc. Il traino animale richiedeva una specifica tecnica, oltre all’impiego di una fitta serie di gesti, di attrezzi, di funi e di cavicchi la terminologia dei quali, un tempo di uso corrente nel dialetto romagnolo, è oggi desueta o definitivamente scomparsa.

Anche molte delle consuetudini mercantili legate al bestiame hanno subito la stessa sorte. Il contratto di compravendita, sancito tradizionalmente dalla stretta di mano tra venditore e acquirente in presenza di un testimone, di solito il mediatore, aveva la validità di un contratto scritto. Le clausole del contratto stesso potevano essere variabili e prevedevano il pagamento all’atto della vendita solo per il bestiame da macello, mentre per il bestiame da riproduzione e per quello da lavoro, il pagamento era dilazionato, consentendo all’acquirente di accertare l’assenza di vizi redibitori. Tali vizi, che potevano determinare la rescissione del contratto, contemplavano i problemi alla vista, il manifestarsi di crampi, oltre alla tendenza dell’animale a calciare o a dar di cozzo. Nel corso della compravendita l’acquirente procedeva ad una attenta ispezione generale del soggetto e veniva sempre controllata la bocca, per verificarne l’età in base alla eruzione e al consumo degli incisivi permanenti. Inoltre, particolarmente nei riproduttori, il palato e la lingua, fino al nodo, dovevano essere neri. Relativamente al bestiame da macello, la compravendita dei capi avveniva sia sui mercati che nelle stalle e i macellai, esponenti di una fitta rete di macellerie un tempo sparse sul territorio, compravano tradizionalmente gli animali “in piedi”, pagandoli a peso vivo e manifestando una particolare abilità nella stima visuale del peso. Quest’arte, sviluppata e mantenuta con la pratica, prevedeva anche la valutazione dello stato di ingrassamento del soggetto attraverso il controllo manuale del pannicolo adiposo in corrispondenza dei cosiddetti “tasti”. Questi ultimi erano corrispondenti alla punta del petto, al costato, alla grassella, ai lombi e al codale, o cimiero. Per la stima accurata del peso “a vista” occorreva il rispetto di talune avvertenze, tenendo conto, oltre che della conformazione dell’animale e del suo stato di ingrassamento, anche dell’altezza delle poste, o della vicinanza dell’animale oggetto della trattativa, ad altri più grossi o più piccoli, situazioni che avrebbero potuto indurre in errore. Al momento del carico verso il macello, che avveniva solitamente la mattina presto, l’animale doveva essere a digiuno dalla sera precedente. Talvolta il contratto prevedeva che, a macellazione avvenuta, specie nel caso di bovini adulti, all’allevatore spettasse una quantità predeterminata, solitamente una “pignatta”, di carne da brodo.

Un ulteriore elemento della vita contadina sul quale vale la pena di soffermarsi, riguarda la solidarietà che un tempo contrassegnava diffusamente, nelle campagne, i rapporti tra vicini, i quali si aiutavano vicendevolmente in caso di difficoltà, ad esempio in occasione di parti problematici, o anche prestandosi alternativamente il bestiame nel corso dei lavori agricoli. In alcune proprietà era inoltre istituito un fondo, al quale partecipavano, con una quota ciascuno, tutti i coloni, e che veniva impiegato per compensare il danno causato dalla morte di un animale. Lo stesso Leopoldo Tosi, subito dopo avere preso in affitto la Tenuta Torlonia, stipulò una polizza assicurativa che tutelava i mezzadri in caso di infortuni. Purtroppo, i rapporti tra proprietari e mezzadri non erano sempre contraddistinti da una tale sensibilità e qualche volta erano sofferti, fino a determinare la chiusura del rapporto.

Come traspare da queste note, i riferimenti alle aree pianeggianti della Romagna sono stati sin qui preponderanti perché è lì che la razza, dopo essere stata costituita, si è sviluppata nella sua migliore espressione, dando vita ai suoi più grandi riproduttori e proponendo il modello dal quale si è evoluto quello attuale. Dopo i successi parigini di Tosi a inizio secolo, con l’avvento di Medoro, tra le due guerre mondiali, il baricentro della razza si spostò nella pianura ravennate e forlivese mentre, dopo il secondo conflitto mondiale, sono state le aree di Bologna e Cesena a proporre molti dei riproduttori che hanno permesso di superare le criticità legate alla Condrodisplasia. Tra la fine del secondo dopo-guerra e i primi anni ’70, mentre la Romagnola si trasformava definitivamente in una razza da carne e si affacciava sulla ribalta internazionale, si concretizzarono le premesse alle condizioni nelle quali la razza si trova attualmente. La progressiva meccanizzazione agricola, il boom economico, l’industrializzazione con annesso esodo dalle campagne, la fine della mezzadria, il dilagare della frutticoltura, con trasformazione dell’azienda agricola dalla rotazione tradizionale alla monocoltura, il cambiamento del costume, l’egemonia della grande distribuzione, l’importazione selvaggia di bovini e di carne da ogni dove, la mancanza di ricambio generazionale; tutto questo e altro ancora è alla base del crollo delle consistenze che ha caratterizzato la razza nel corso della sua storia recente. Si intuiva fin dagli anni ’70 che non solo il piccolo podere di pianura, con il suo nucleo di pochi capi, non avrebbe avuto futuro, ma che anche l’allevamento a ciclo chiuso del bovino da carne in pianura sarebbe stato a rischio. La razza Romagnola stava progressivamente scomparendo dal piano, ritirandosi verso l’area collinare e montana a sud della Via Emilia, nella quale la diversa vocazione delle aziende e l’allevamento al pascolo predisponeva al contenimento dei costi di produzione. La cosiddetta “linea vacca-vitello” avrebbe prodotto i vitelli svezzati destinati agli ingrassatori della pianura, dove i terreni fertili e irrigui avrebbero garantito la disponibilità di alimento per il finissaggio. La pianura, detenendo il bestiame di maggiore qualità, avrebbe contribuito fornendo, agli allevatori della collina, il materiale genetico necessario al consolidamento delle loro mandrie.

Questo schema, potenzialmente virtuoso, è stato ostacolato da tanti fattori di ordine socio-economico, mercantile, speculativo, politico, opportunistico, e anche esterofilo, la disamina dei quali porterebbe troppo lontano. Si può affermare che la selezione verso la massima produttività, nota come “funzionalismo”, imperante negli anni tra i ’60 e gli ’80 del ‘900, abbia condizionato pesantemente la zootecnia, in base all’assunto che solo le razze più produttive, di tutte le specie di interesse zootecnico, fossero degne di essere allevate, a scapito di quelle autoctone, definite come obsolete e meno competitive. Inoltre, all’epoca, la sensibilità verso il benessere animale, la conservazione della biodiversità, la eco-sostenibilità delle produzioni, la tutela dell’ambiente, la conservazione del territorio e la salvaguardia delle produzioni di qualità era meno diffusa di quanto non sia attualmente. Questa aberrazione ha assunto i toni di una barbarie, concretizzatasi nell’ecatombe che ha portato all’estinzione, o ridotto allo stato di reliquie, tante razze, anche importanti, di tutte le specie zootecniche allevate in Italia. Per la razza Romagnola ciò ha significato il tracollo delle consistenze che, dai 530.000 capi del 1953, sono passate ai soli 8.691 capi attuali (Dati Anabic 2024). Questo andamento, che ha purtroppo caratterizzato anche altri Paesi dell’Europa meridionale, oltre a parte dell’Africa, dell’Asia e del Sud America, portò la FAO a preconizzare, nel 1981, che se un tale trend fosse stato mantenuto, a dominare la bovinicoltura mondiale, sin dai primi decenni del nuovo millennio, sarebbero rimaste a malapena una ventina di razze bovine. A venire sacrificate sull’altare della produttività sono state principalmente le razze “native”, e la perdita in termini di biodiversità, considerato che si tratta di etnie antiche, selezionate secoli dall’ambiente nel quale si sono sviluppate, è stata enorme. Caratteri come la rusticità, la longevità, la fertilità, la resistenza alle alte e alle basse temperature, l’efficacia dei meccanismi di termoregolazione, la resistenza ai parassiti, la capacità di vivere in ambienti aridi o semi-aridi, sviluppando sistemi efficienti di recupero idrico e di sfruttamento degli alimenti con basso valore nutritivo, spesso patrimonio delle razze autoctone, potrebbero andare perduti per sempre. E accanto a queste risorse scomparirebbe non solo la bellezza della biodiversità, ma anche un tessuto storico e culturale, sviluppato dalle varie specie in secoli di contatto con l’uomo.

Oggi la sensibilità nei confronti di queste problematiche è aumentata, la mappatura del DNA bovino, la selezione genomica e la profilassi su base genetica delle malattie e delle tare genetiche sono diventati strumenti di uso corrente. Le minacce però non cessano. Nell’era della civiltà industriale, del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, i bovini vengono messi all’indice e criminalizzati quali principali produttori di gas serra.

La selezione si è già attivata al riguardo, indagando non solo la quantità di anidride carbonica e di metano prodotti dai bovini, ma anche la composizione e le variazioni del loro microbiota ruminale, nel tentativo di costruire bestiame sempre più efficiente nel valorizzare le risorse alimentari. Anche gli attacchi relativi ai danni alla salute conseguenti al consumo di carne rossa sono strumentali ad assecondare interessi economici enormi, che mirano ad influenzare i consumi su scala globale. La promozione della carne sintetica è solo un esempio. Nell’era della tecnologia, di internet e della globalizzazione, al genere umano non mancherebbero gli strumenti utili a costruire un futuro migliore. Ma non c’è etica, o conoscenza storica e nemmeno rispetto dietro una bistecca che esce da una stampante 3D e di sicuro non sarà l’ultima aberrazione che vedremo, perché al peggio non c’è mai fine. Anche il dissesto del territorio, al quale gli eventi meteorologici sempre più violenti ci stanno purtroppo abituando, così come la piaga degli incendi, possono essere contenuti, o addirittura prevenuti, dal pascolamento del bestiame e dalla presenza dell’uomo. Ci si dimentica che il bestiame è stato uno dei principali promotori della civiltà e dell’aggregazione umana. Lungo le vie di transumanza sono sorti strade, villaggi e città e sulle orme del bestiame ha camminato la storia. Questo legame socio-culturale col territorio si esprime anche attraverso la particolare ricchezza del nostro comparto agro-alimentare. Eppure, passata l’emergenza, questi concetti, sbandierati strumentalmente alla bisogna, passano nel dimenticatoio fino alla successiva catastrofe. Le bocche che, negli anni 70 predicavano che l’allevamento nostrano del bovino da carne, ritenuto poco competitivo, dovesse cessare per essere sostituito con bestiame vivo o morto importato dagli altri Paesi europei, sono le stesse che oggi si sperticano a favore della biodiversità e delle produzioni eccellenza, come se un’imbiancata al sarcofago bastasse a redimerli. Le assurdità partorite da menti deliranti, talora ritenute autorevoli, hanno fatto proseliti e la storia della zootecnia può vantarne un nutrito campionario. Tra i successi parigini ottenuti da Tosi nel 1900 e i tempi attuali è trascorso solo poco più di un secolo, ma si è trattato di un arco temporale incredibile per l’importanza degli eventi che l’hanno attraversato e che ha visto l’umanità balzare letteralmente dall’aratro con traino animale alla luna. Il decremento delle consistenze, che la razza ha conosciuto a partire dalla fine degli anni ’60 e che la vede attualmente sull’orlo dell’abisso, è parso inarrestabile, nonostante le Istituzioni, Ente Regionale dell’Emilia Romagna e Comunità Europea in primis, abbiano cercato di arginarlo con ripetuti interventi.

VERSO QUALE FUTURO?

Una volta tramontata la sua l’epoca d’oro, la Romagnola ha visto le figure più appassionate, capaci e competenti che la circondavano, lasciare gradualmente il campo ad una pletora di personaggi rivelatisi troppo spesso inconsistenti, opportunisti, privi di conoscenza, di profondità e di passione. Il tessuto di ambiziosi costruttori di bestiame da riproduzione, che un tempo connotava la razza, è stato gradualmente avvicendato da moltiplicatori di bestiame commerciale, canalizzato, salvo sporadiche eccezioni, verso la Grande Distribuzione. Un impianto selettivo efficiente ma meno ricco di fascino e di stimoli, potrebbe vedere ridotte le proprie capacità di attrazione e coinvolgimento di energie nuove, vitali per il futuro della Romagnola e delle razze bianche più in generale. La necessità di tutelare la razza ricercando nuove opportunità non può prescindere dalla salvaguardia della biodiversità, dalla eco-sostenibilità, dal supporto tecnologico alla selezione e dal ricorso al patrimonio genetico di cui la Romagnola dispone in ambito internazionale. La spendibilità della razza e il suo legame col territorio, che concorre a tutelare, le danno una valenza storica, culturale e sociale oltre che economica e la valorizzazione delle sue carni di qualità potrebbe passare attraverso il maggiore ricorso alla filiera corta oltre che all’inserimento in circuiti turistici ed eno-gastronomici a supporto delle numerose eccellenze offerte dal territorio. Un motto del filosofo G. W.F. Hegel recita che nulla di grande è stato costruito, al mondo, senza passione. Alla passione, alla tenacia, alla sensibilità e alla visione di quanti l’allevano oggi, la razza bovina Romagnola, nella sua ora più difficile, affida il proprio futuro, sperando possa continuare ad impreziosire il contesto ambientale e umano che ne ha accompagnato la storia e al quale essa stessa ha dato un fondamentale contributo.

Tra il 1800 e la prima metà del ‘900 l’area di allevamento della razza Romagnola annoverava uno stuolo di stazioni di monta taurina, per la maggior parte pubbliche e in misura minore private, sparse sul territorio. Le “stazioni” erano dotate di riproduttori riconosciuti e certificati idonei. Questa attività era regolata da leggi specifiche, controllata da veterinari e dagli allora vigenti “comizi agrari”. Gli stessi tenutari erano riuniti in associazioni provinciali che dettavano le linee dell'attività e stabilivano l’importo delle tariffe minime di monta. Una nota di Giorgio Golinelli, relativa ai comprensori di Molinella e di S. Pietro Capofiume, nel bolognese, rende l’idea di quanto le stazioni di monta pubblica fossero numerose: - Basti pensare che solo nel 1931, nel territorio comunale di Molinella le “stazioni di monta taurina” erano ben 34 (20 delle quali pubbliche e 14 private) e che i tori “approvati” per questa funzione erano complessivamente 40 (dei quali 25 in servizio presso le monte pubbliche e 15 presso quelle private). Molinella in questo campo era al 5°posto nella classifica provinciale, preceduta solo da Imola, S. Giovanni in Persiceto, Budrio e Medicina. - Questo inciso rende l’idea di quanto la loro presenza sul territorio fosse capillare e assecondasse la necessità degli allevatori di potervi condurre le loro bovine in epoche antecedenti l’avvento della meccanizzazione, quando la movimentazione del bestiame avveniva a piedi o con l’impiego di mezzi a traino animale. Successivamente sono stati i tenutari di monta a provvedere con un proprio automezzo al trasporto delle bovine, il cui costo era solitamente compreso nella tariffa di monta. A partire dagli anni ’30 del ‘900, con l’istituzione del Libro Genealogico, l’attività delle stazioni di monta taurina venne regolamentata in maniera più rigorosa, divenendo un cardine dell’attività di selezione. Ciascuna delle stazioni di monta, infatti, sviluppava e manteneva attive, nella propria area di influenza, talune linee maschili, dando vita al mosaico che contribuiva alla variabilità genetica della razza.

Dai primi anni ’50, la comparsa e la diffusione della tecnica di fecondazione artificiale, praticata inizialmente mediante l’impiego del seme fresco refrigerato, indussero una parte delle stazioni di monta a convertirsi in Centri di Fecondazione Artificiale (FA), con una propria rete di recapiti e di veterinari ai quali il seme veniva recapitato un paio di volte per settimana. Successivamente, durante gli anni ’70, con la razza in forte calo demografico e con il consolidamento delle tecniche di congelamento del seme, il numero delle stazioni di monta e dei centri di produzione di materiale seminale bovino decrebbe rapidamente e progressivamente fino a quando la legge n. 30 del 15 Gennaio 1991, preposta alla regolamentazione della riproduzione animale, non decretò la chiusura definitiva delle stazioni di monta pubblica. È innegabile che la fecondazione artificiale abbia rivestito un ruolo fondamentale sia per il miglioramento genetico del bestiame che per la profilassi delle malattie infettive e la tutela sanitaria degli allevamenti. Allo stesso tempo, contestualmente alla progressiva chiusura delle stazioni di monta, la FA ha determinato anche un graduale incremento dell’imparentamento nella razza. Attualmente i centri di produzione di materiale seminale bovino sull’intero territorio nazionale sono meno di una decina e quelli che stoccano e commercializzano seme delle razze autoctone italiane da carne si contano sulle dita di una mano. Le Associazioni Nazionali di razza, allo scopo di garantire la necessaria variabilità genetica delle diverse etnie, si sono dotate di propri centri di prelievo e stoccaggio del materiale seminale. Nel caso di Anabic il centro di produzione di seme è attivo dal 2009. A corollario di questo capitolo viene incluso l’elenco delle stazioni di monta e dei centri di FA, suddivisi per provincia, dei quali ho trovato traccia nell’ambito della documentazione in mio possesso. Per ciascuno dei recapiti in elenco sono stati indicati i principali riproduttori che vi hanno funzionato.

Un particolare e sentito ringraziamento per la preziosa collaborazione a:

-Manuali Hoepli -Prof. Ferruccio Faelli – Razze Bovine, Equine, Suine, Ovine e Caprine- Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1903.

-Bennicelli Riccardo: Produzione e allevamento del toro romagnolo, 1914.

-Dr. Eugenio Mazzei:1°Mercato Concorso Tori e Torelli di razza Romagnola; Estratto dal Fascicolo N.7- Agosto 1922, della Rivista Mensile del Comune di Cesena.

-Frassineti Pietro: I bovini ravennati alla 4a Mostra Nazionale d'agricoltura: Bologna, 15-16 giugno 1935 XIII. (cattedra ambulante d'agricoltura della provincia di Ravenna) Tip. Edit. Ravennate Mutilati.

-Mazzei Eugenio: 1° Mercato-Concorso di Tori e Torelli di Razza Romagnola: Municipio di Cesena, 20-21 Settembre 1921.

In testa al front. Municipio di Cesena - Estratto dal Fascicolo N. 7 -

Agosto 1922 della Rivista Mensile del Comune "Cesena"

-Moreschi Bartolomeo: I bovini di romagna. 1902 V. Porta Piacenza.

-Neppi Carlo: La provincia di Ferrara alla Rassegna interprovinciale della razza bovina romagnola Gentile in Bologna: 13-14 luglio1931-IX.

(cattedra ambulante di agricoltura per la provincia di Ferrara).1931.

Conferenza tenuta al congresso agrario nazionale di Faenza-Rimini, 29 agosto-5 settembre 1908.

-Sbrozzi Dino: La razza bovina romagnola dell'azienda Torre San Mauro (Fattoria Torlonia): Esposizione di Parigi, anno 1900.

-Sbrozzi Dino: La razza bovina romagnola e l'opera compiuta in suo favore dal Comizio e Circolo agricolo di Rimini. 1899

-Sbrozzi Dino: La razza bovina romagnola alla fiera di Milano del 1930.

-Sbrozzi Dino: Herd-book della razza gentile romagnola. Stipite fattoria Torre San Mauro di Romagna, 1901 Piacenza, V. Porta.

-Dr. Nullo Bendandi – Appunti di zootecnia Ravennate – Commento al censimento del bestiame, 1918 – Ravenna, Tipografia Alighieri, 1918.

-Signori Aldo: La razza bovina montanara: 1 rassegna zootecnica - San Piero in Bagno: 25 luglio 1934. Cattedra ambulante di agricoltura per la provincia di Forlì

-Tomei Bertani: Del migliore indirizzo dell'allevamento bovino dell'alta collina e montagna. Relazione fatta al convegno provinciale 1913.

Cattedra Ambulante Provinciale d'Agricoltura con sede in Urbino;

-Tomei Bertani: Relazione fatta al *convegno *provinciale *zootecnico tenuto in Pesaro il 17 agosto 1913 dal Prof. Bertani Tomei. 1913.

-Dr. Oscar Bonfiglioli – I Bovini; Manuale di zootecnia per gli allevatori ferraresi con note sulle malattie dei bovini a cura del Dr. Umberto Ricciarelli.

Cattedra Ambulante per l’Agricoltura della Provincia di Ferrara- Tipografia Sociale Portomaggiore -1932.

La razza bovina romagnola gentile allevata in provincia di Ravenna.

Die Romagnolische Rindviehrasse Gentile im Bezirke von Ravenna gezuchtet

Stampa 1938. Soc. Tipo-Edit. ravennate e mutilati ·

Cattedra ambulante di agricoltura della provincia di Ravenna.

-Elvio Borgioli -Zootecnia Speciale degli animali domestici agricoli,

con nozioni sull’igiene e le malattie infettive del bestiame- Firenze.SA G. Barbera Editore, 1939

Rava Luigi: La rivista agraria romagnola: bollettino mensile delle Cattedre ambulanti di agricoltura di Forlì e Rimini 1906-1908

consistenza A. 1, n. 1 (gen.1906) -a. 3, n. 11 (dic. 1908) · Pubblicato durante la sospensione de "L'agro romagnolo" · L'editore Forlì Tip. Bordandini s.a.

-Esposizione Regionale Romagnola maggio-giugno 1904 di Ravenna: Catalogo ufficiale. 1904

-Rava Luigi: Per l'inaugurazione dell'esposizione regionale romagnola (Ravenna, 1maggio 1904).

-Rava Luigi: L'esposizione regionale romagnola di Ravenna maggio-giugno1904 / Catalogo Ufficiale 1904.

-Rava Luigi: Esposizione regionale romagnola, maggio-giugno 1904 in Ravenna: elenco ufficiale dei premiati.

-Vampa Dino: L' attitudine alla produzione di carne nelle principali razze bovine d'Italia: studio economico-zootecnico su 123933 bovini da macello delle razze bruna- alpina, romagnola, marchigiana, chianina e calabrese;1948, presentazione di Guido De Marzi.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste - Ispettorato Provinciale Agricoltura Ravenna. XIII Mercato Concorso dei Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 9-10 Settembre 1950. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura Ravenna. XV Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 13-14 Settembre 1952. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura Ravenna. XVI Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 5-6 Settembre 1953. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura Ravenna. XVII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 11-12 Settembre 1954. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

- Catalogo della 3a Esposizione Nazionale Bovini di Razza Romagnola,

Bologna, 8-9 Maggio 1954, Ente Autonomo Fiera di Bologna; Ispettorato Agrario Compart.le Emilia Romagna;

Associazione Allevatori Bovini di Razza Romagnola.

-VII Mercato Concorso Bovini di Razza Romagnola – 28 Agosto 1955

Comune di Lugo – Ispettorato Prov. Agrario Ravenna.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, Ispettorato Agrario Provinciale RA XVII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 11-12 Settembre 1955. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

-Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, Ispettorato Agrario Provinciale RA Associazione Provinciale Allevatori Ravenna. XVIII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 4 Settembre 1956. Catalogo Generale dei Soggetti Esposti.

Cesena, 1956 - APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA. Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

- 1° Mercato Concorso di Bestiame Bovino da Carne – Milano, 14-15-16 Aprile 1956, Catalogo dei Bovini di Razza Romagnola. Edito a cura della Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Romagnola – Via Porta Castello n.2 Bologna

- 2° Mercato Concorso di Bestiame Bovino da Carne – Milano, 13-14-15 Aprile 1957, Catalogo dei Bovini di Razza Romagnola. Edito a cura della Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Romagnola – Via Porta Castello n.2 Bologna

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XIX Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 8-9 Settembre 1957. Catalogo dei Soggetti.

-Telesforo Bonadonna – Zootecnica Speciale-Istituto Editoriale Cisalpino Milano - Varese

-Discendenza dei tori funzionanti o che hanno funzionato in provincia di Ravenna

MIPAF – Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura – Ravenna, 1957.

-Discendenza dei tori funzionanti o che hanno funzionato in provincia di Bologna

MIPAF – Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura – Bologna, 1957.

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XXI Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 7 Settembre 1958. Catalogo dei Soggetti.

Cesena, 1958 - APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA. Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

-Quadro Genealogico dei Tori di Razza Romagnola Funzionanti in Provincia di Ravenna al 1° Gennaio 1959

Sezione Provinciale del Libro Genealogico della Razza Bovina Romagnola Ravenna

-34 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola

Cesena, 1959 - Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA.

Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XXII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 7 Giugno 1959. Catalogo dei Soggetti.

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XXII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 11 Settembre 1959. Elenco Suppletivo

-Ministero Agricoltura e FORESTE - Ispettorato Agrario Compart.le Emilia Romagna;

Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Romagnola. -Va Esposizione Nazionale Bovini di Razza Romagnola – Lugo, 20-21 maggio 1960

-Soggetti Iscritti al 35° Mercato Concorso dei Bovini selezionati di Razza Romagnola, Cesena, 1960

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XXIII Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 8 Settembre 1961. Catalogo dei Soggetti.

-36 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola

Cesena, 1961 - Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA.

Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

-LGN Razza Bovina Romagnola – Ispettorato Provinciale Dell’Agricoltura – Federazione Provinciale Allevatori – Ravenna. XXIV Mercato Concorso Bovini Romagnoli- S. Pietro in Vincoli, 8 Giugno 1962. Catalogo dei Soggetti.

-37 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola

Cesena, 14-15 Settembre 1962 - APA e IPA Prov.le FO

Programma, Regolamento della Mostra e Catalogo dei bovini esposti.

Sezione Provinciale del L. G. della Razza Bovina Romagnola, Ravenna 1962.

-2 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola

Cesena, 18 Settembre 1965 - ANABIC, APA e IPA Prov.li BO FO RA

Catalogo dei bovini esposti.

-3 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola Lugo, 20 Settembre 1966 - ANABIC, APA e IPA Prov.li BO FO RA, Catalogo dei bovini esposti.

-4 ° Mercato Concorso Bovini Selezionati di Razza Romagnola Imola, 21 Settembre 1967 - ANABIC, APA e IPA Prov.li BO FO RA,Catalogo dei bovini esposti.

Cesena, 5 Ottobre 1968 - Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA.

Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

Lugo, 30 Settembre 1969; Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA.

Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

Imola, 29 Settembre 1970; Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA.

Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

Cesena, 10 Ottobre 1972; Anabic, APA e IPA Prov. BO, FO, PS, RA. Programma, Regolamento e Catalogo dei bovini Iscritti.

Elenco dei tori FN – FA - Catalogo del Giovane Bestiame Iscritto al LGN

Razza Romagnola -1974

-1^ Mostra Nazionale dei Bovini Italiani da Carne - CATALOGO

ANABIC – MIPAF -Regione Marche - Assessorato Agricoltura e Foreste

Macerata, 4-5-6 Giugno 1974.

-2^ Mostra Nazionale dei Bovini Italiani da Carne - CATALOGO

ANABIC – MIPAF -Regione Marche - Assessorato Agricoltura e Foreste

Macerata, 4-5-6 Giugno 1975.

-Uomini e bestie in Romagna – Vittorio Tonelli – Grafiche Galeati – Imola -1982

- Le Razze Bovine Italiane da Carne, Standard e Valutazione Morfologica. Anabic,1995.

-Alessandra Giovannini “Erti su‘l capo le lunate corna” Editrice La Mandragora 2017

-Giordano Pollini “Buoi alla Torre (1900 -1950)”Soc. Editrice “Il Ponte Vecchio” – Cesena, 2007.

- E. Reggiani “Le Esposizioni di Bovini – Come si promuovono e si ordinano” –

Casa Editrice F.lli Ottavi – Casalmonferrato – 1913.

-Centro di Studio per la Genetica Animale del CNR presso Istituto di Zootecnica Generale Università di Firenze – Prof. Giancarlo Geri, Prof. Mario Lucifero:“Indagine sulle anomalie di tipo acondroplasico comparse nella Razza Bovina Romagnola e sul lavoro di risanamento genetico”.Stamperia Editoriale F.lli Parenti di G. -Firenze, 1964

-Luca Barducci - “Storia ed Evoluzione della Razza Bovina Romagnola”

Tesi di Laurea – Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria, Università di Bologna 2019

-Vanda Budini “Le coperte da buoi, miti e figurazioni nella civiltà contadina” Associazione Amici della Pieve, 2011.

A cura della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura -Forlì

Tipografia Moderna F.lli Zauli, Castrocaro Terme, Giugno 1975.

A cura della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura -Forlì

Tipografia Moderna F.lli Zauli, Castrocaro Terme, Giugno 1971.

-ANABIC - Razza Romagnola - Elenco dei Tori FN-FA

Catalogo del Giovane Bestiame iscritto al LGN – Roma, 1974.

-Matteo Ridolfi – “Indagine sulla struttura morfogenetica della Razza Bovina Romagnola” - Tesi di laurea – Università degli Studi di Bologna- 1982

- “La produzione della carne dagli allevamenti bovini con particolare riguardo alle RAZZE BIANCHE”

Istituto di Tecnica e Propaganda Agraria - Roma - Tipografia dell’Orso, Roma, 1968.

-Agricoltura Ricerca – Istituto di Tecnica e Propaganda Agraria, Roma n.67 nov.1986

“Incremento e miglioramento della produzione di carne bovina mediante incrocio”

-Anabic, “4 Razze” – Anno II Marzo Giugno 1977-Macerata ’77- Catalogo Generale.

-Anabic, “4 Razze” Luglio -Agosto 1983 -4a Mostra Nazionale LG Razza Romagnola, Forlì, 16 -18 Settembre 1983.

- Nicola De Modena - Struttura morfogenetica della Razza Bovina Romagnola” - Tesi di laurea – Università degli Studi di Bologna – Facoltà di Medicina Veterinaria Anno Accademico 2000 - 2001.

-Stefano Donati – Produzione di carne bovina con la Razza Bovina Romagnola – Tesi di laurea - Università degli Studi di Bologna – Facoltà di Medicina Veterinaria Anno Accademico 2008 - 2009.

- Cherokee Hills Romagnola “Beef Bonanza Sale”, Paris, TN, June 5 2010.

- Fabiana Monti – Studio del polimorfismo c.856C>G del gene MC4R nella razza bovina da carne Romagnola – Tesi di Laurea – Corso Sicurezza e Qualità delle Produzioni Animali – Anno Accademico 2017 -2018.

Pubblicazione ideata e realizzata per il Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale con il contributo della Regione Emilia Romagna Progetto L.R. 16/95 – Edizioni Pendragon, anno 2010.

-Italian Beef Cattle Contest, Atti del 1° Congresso Internazionale delle Razze Bovine Italiane da Carne. Anabic, Perugia, 16-18 Settembre 1994:

-Australian Romagnola Breeders Society Ltd - Dick Jeremy, President: L’esperienza della Romagnola in Australia

- D.K. Wellsteed: La razza Romagnola in Australia e la sua analisi genetica.

-L. Molteni -A. De Giovanni: Frequenza della traslocazione robertsoniana 1/29 nelle razze Chianina, Marchigiana e Romagnola. Risultati di 5 anni di ricerche. –

- Matteo Ridolfi -Standard delle razze bovine Italiane da carne-

-Matteo Ridolfi-Valutazione Morfologica Lineare nelle razze bovine italiane da carne-

-Panella F., Filippini F., Sarti M.F., Migni L.: -La valutazione lineare nelle razze Chianina, Marchigiana e Romagnola: considerazioni dopo due anni di applicazione-

-Congreso Mundial Razas Italianas, Merida, Yucatan, Mexico,10-14 Novembre2000

-Marchigiana e Romagnola, un secolo di evoluzione della Morfologia-

A. Falaschini, M. Pasquini, E. Codoni, M.F. Trombetta.

-Atti del 4° Congresso Mondiale delle Razze Bovine Italiane da Carne.

Gubbio, 29 Aprile – 1 Maggio 2005.

-Fattoriali di Morfologia per la linea femminile delle razze Chianina, Marchigiana e Romagnola-Forabosco F., Rossetti E., Sarti F.M., Panella F., Bittante G., Mantovani R., Filippini F.

- La Resa al macello nella razza Romagnola-Falaschini A., Trombetta M.F., Mattii S., Sbarra F., Palazzo R., Forabosco F., Canestrari G., Filippini F.

-Studio della variabilità genetica e gestione della biodiversità della razza Romagnola-

Filippini F., Bozzi R., Ridolfi M., Forabosco F., Migni L.

-L’allevamento della Romagnola in Australia –

-A. Balocco: 10 anni di allevamento della razza Romagnola in Sud Africa-

-N. Laxton: La Situazione degli allevamenti di Romagnola negli USA –

-J. Garrett- Il futuro della Romagnola in Irlanda -

- Anabic- Taurus Speciale - Atti del Convegno “Sulle tracce delle Podoliche” –

Matera, 10 Luglio 2009.

- A. Falaschini, A. Vivarelli - Zootecnica Speciale – Edagricole Bologna, 1965.

-Velio Valgimigli - La professione veterinaria nel Faentino sullo sfondo di 50 anni di attività del Dr. Giacomo Cimatti – Inserto Speciale i Radio 2001 Romagna, Anno 13° N.3 – Ottobre 1991 – Tipografia Faentina, Faenza.

-Roberto Parigi Bini - Le razze bovine - Patron editore -Bologna, 1983.

- Francesco di Iacovo – Roberta Moruzzo: La valorizzazione di carne bovina delle razze italiane: il caso del Consorzio 5R- Dipartimento dell’Agricoltura, dell’ambiente e del territorio – Università degli Studi di Pisa.

-Accademia Economico-Agraria dei Georgofili - Le razze bovine bianche dell’Italia Centrale – Convegno Nazionale. Firenze, 26-27 Ottobre 1984.

-Dialma Balasini – Razze bovine da carne, incroci e loro prospettive – Edagricole,1981.

-Dialma Balasini – Zootecnica Applicata, Bovini e Bufali – Calderini Edagricole, 2000

Nato a Gambellara, Ravenna, nel 1957 in una famiglia di agricoltori, ha conseguito, nel 1976, il diploma di Perito Agrario presso l’ITAS G. Garibaldi di Cesena, laureandosi nel 1982 in Medicina Veterinaria presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi sperimentale sulla Razza Bovina Romagnola. Ha partecipato al I° corso di Formazione per Esperti del Libro Genealogico organizzato da Anabic nel 1976, venendo abilitato quale Esperto Collaboratore per la razza Romagnola nel 1978. Dopo una breve esperienza lavorativa per una azienda mangimistica, ha lavorato per 11 anni come veterinario addetto al controllo della qualità del latte per una azienda del settore lattiero-caseario. Ha conseguito l’abilitazione ad Esperto Nazionale LG per le cinque razze bovine italiane da carne (Chianina, Romagnola, Marchigiana, Maremmana e Podolica) e anche per la razza Piemontese, divenendo membro del Comitato Consultivo del Corpo Esperti e della Commissione Tecnica Centrale LG Anabic. Ha operato dal 1978 come valutatore delle 5 razze, giudicando inoltre in numerose esposizioni di ogni ordine e grado su tutto il territorio nazionale. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 1995 ha proceduto alla realizzazione grafica degli standard delle razze bovine italiane da carne e ha collaborato alla definizione del metodo di valutazione morfologica lineare correntemente impiegato da Anabic. In qualità di giudice internazionale è stato invitato ad attuare in importanti manifestazioni delle razze Romagnola, Marchigiana e Chianina in Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti, Australia, Brasile, Olanda e Sud Africa. Assunto da Anabic nel 1995, è divenuto Coordinatore del Corpo Esperti del LG, pianificandone l’attività, la formazione e l’aggiornamento, rivestendo tale ruolo fino al pensionamento, avvenuto nel 2023.

Fotografie

52 immagini
COPERTINA  Dritto  FO 4258 Testa
COPERTINA Dritto FO 4258 Testa
A10 Cesare da Medoro 1° premio a RA 1938
A10 Cesare da Medoro 1° premio a RA 1938
A1Casale Pasolini Dall'Onda Gambellara RA anni  1920
A1Casale Pasolini Dall'Onda Gambellara RA anni 1920
NICLA Ridolfi A. 1930
NICLA Ridolfi A. 1930
Rodolfo Ridolfi  con Otello da Sansone 1940
Rodolfo Ridolfi con Otello da Sansone 1940
Rimini 1924
Rimini 1924
Spiv 1920
Spiv 1920
SPIV anni 30
SPIV anni 30
Spiv1930
Spiv1930
SP in Vincoli RA 1938
SP in Vincoli RA 1938
Toro capostipite MEDORO 1 RA
Toro capostipite MEDORO 1 RA
Aratura Az. Babini 1958
Aratura Az. Babini 1958
Mordecchia
Mordecchia
ASTUCCI PER LE CORNA
ASTUCCI PER LE CORNA
Caveja RomagnoIa
Caveja RomagnoIa
STALLA TRADIZIONALE NEL FAENTINO
STALLA TRADIZIONALE NEL FAENTINO
Mercato della Grassa FO 1939 il Resto d.Carlino
Mercato della Grassa FO 1939 il Resto d.Carlino
Foro Boario  FO Anni 50
Foro Boario FO Anni 50
INVERNO da Ergum  De Castro MaioIi RA
INVERNO da Ergum De Castro MaioIi RA
figlie del toro Inverno anni 50
figlie del toro Inverno anni 50
D10 Mostra Mercato Imola anni 50
D10 Mostra Mercato Imola anni 50
Fiera di Padova 1952
Fiera di Padova 1952
Vacche prov. RA EA Roma 1953
Vacche prov. RA EA Roma 1953
Baluardo da Ergum a BO 1954
Baluardo da Ergum a BO 1954
Mercato Concorso Lugo RA 1955
Mercato Concorso Lugo RA 1955
Opere Pie Faenza 1954
Opere Pie Faenza 1954
Fiera di Milano,1957
Fiera di Milano,1957
Spiv anni 50
Spiv anni 50
PIOMBO a Cesena anni 50
PIOMBO a Cesena anni 50
Caronte da Lanz Masetti Calzolari BO
Caronte da Lanz Masetti Calzolari BO
Perseo OIR a Lugo 1953
Perseo OIR a Lugo 1953
Diluvio da Eros e Trit19  Spiv 1957
Diluvio da Eros e Trit19 Spiv 1957
Otello VIII da Sultano
Otello VIII da Sultano
Az. CaIderoni Santerno RA
Az. CaIderoni Santerno RA
GIGANTE da Darone SPIV 1961
GIGANTE da Darone SPIV 1961
San Pietro in VincoIi 1961
San Pietro in VincoIi 1961
FigIia di DoIIaro Fiorentini F.IIi FO
FigIia di DoIIaro Fiorentini F.IIi FO
DRITTO FO 4258
DRITTO FO 4258
TELAMONE da Molosso
TELAMONE da Molosso
RAMSES da Tifone
RAMSES da Tifone
con Corrado Giuliani
con Corrado Giuliani
Giogio Guberti Naz. Rom. 2009
Giogio Guberti Naz. Rom. 2009
SPARO 200 Silimbani Egisto Cavarzere VE
SPARO 200 Silimbani Egisto Cavarzere VE
BIBI Montecchio PU
BIBI Montecchio PU
CENTRO TORI FA IMOLA 1957
CENTRO TORI FA IMOLA 1957
MARCONE Bologna,1954
MARCONE Bologna,1954
GLAUCO OIR Cesena 1930
GLAUCO OIR Cesena 1930
ROMAGNOLA MONTANARA BRIGANTE S.P.in Bagno FC 1952
ROMAGNOLA MONTANARA BRIGANTE S.P.in Bagno FC 1952
ROMAGNOLA MONTANARA FALCO S.P. in Bagno FC 1952
ROMAGNOLA MONTANARA FALCO S.P. in Bagno FC 1952
RIMINI Rovigo 1953
RIMINI Rovigo 1953
BURASCA da Glauco  Az. Dal Reno Lugo RA
BURASCA da Glauco Az. Dal Reno Lugo RA
Matteo FOTO
Matteo FOTO